Il direttivo lombardo apre una frattura nel Carroccio. La tregua cercata da Matteo Salvini con la convocazione del direttivo lombardo si è trasformata nella fotografia più nitida della crisi interna alla Lega. A tre giorni dalla riunione nella sede di via Bellerio, a Milano, emergono i contorni di un confronto molto più duro di quanto lasciato filtrare nelle ore immediatamente successive. Non soltanto critiche alla linea politica del segretario, ma richieste esplicite di un suo passo indietro.
Secondo la ricostruzione pubblicata il 10 agosto da Repubblica, a rompere gli argini è stato Daniele Belotti, ex deputato e figura storica del Carroccio bergamasco, per anni voce del raduno di Pontida. Il messaggio rivolto a Salvini è stato netto: i risultati elettorali, ha sostenuto, mostrerebbero che la credibilità della leadership si è progressivamente consumata. Belotti ha sintetizzato il ridimensionamento del partito richiamando il passaggio dal 34 per cento raggiunto nel 2019 a percentuali oggi molto più basse e ha chiesto al segretario di farsi da parte.
Il dissenso non è più soltanto sotterraneo
Il punto politico è che Belotti non sarebbe rimasto isolato. Nella riunione, durata più di quattro ore, gli interventi sono stati una trentina e, secondo la stessa ricostruzione, una larga parte ha assunto toni critici. Alla richiesta di dimissioni si sarebbero associati il dirigente bergamasco Fabrizio Sala, la segretaria bresciana Roberta Sisti, il sindaco di Pertica Alta Giovanmaria Flocchini e quello di Travagliato Renato Pasinetti.
Nelle cronache pubblicate subito dopo il direttivo il quadro appariva meno esplosivo, ma la tensione era già evidente. ANSA, il Corriere della Sera e La Stampa hanno raccontato un incontro convocato proprio per contenere il malessere dell'ala nordista, con Salvini impegnato a riportare il confronto sui temi di governo, dalle tasse alla sicurezza, evitando uno scontro immediato sulla leadership. Le crepe, tuttavia, non si sono richiuse e la sfida politica è stata sostanzialmente rinviata.
Particolarmente significativo anche l'atteggiamento del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Presente alla riunione, non avrebbe interrotto né censurato gli interventi più duri. Un silenzio che nel partito viene letto come il segnale della distanza ormai maturata tra una parte consistente della classe dirigente lombarda e il gruppo più strettamente legato al segretario federale.
Romeo alza il livello dello scontro politico
Al centro della partita c'è anche Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato e segretario regionale lombardo. Romeo non ha chiesto apertamente le dimissioni di Salvini, ma ha scelto una formula politicamente altrettanto pesante: un «profondo rinnovamento» del partito. Nelle dichiarazioni successive al direttivo ha rilanciato il tema delle origini autonomiste della Lega, sostenendo che il Carroccio rischierebbe di perdere il proprio futuro se rinunciasse alla rappresentanza specifica del Nord.
È una linea che va oltre la semplice contestazione personale. La battaglia riguarda infatti la natura stessa del partito. Da una parte c'è la trasformazione nazionale impressa da Salvini, con una Lega che da anni cerca consensi lungo tutta la penisola e insiste sui dossier della sicurezza, dell'immigrazione e sulle alleanze della destra europea. Dall'altra torna a rafforzarsi una componente che chiede di riportare al centro Lombardia, Veneto, autonomia, amministratori locali e interessi economici dei territori settentrionali.
Il peso di Romeo in questa partita non è secondario. È stato eletto segretario regionale lombardo alla fine del 2024 e rappresenta oggi uno dei riferimenti istituzionali più visibili dell'area che reclama un cambio di passo. Il direttivo di via Bellerio ha reso evidente quanto quella posizione abbia ormai conquistato spazio nell'organizzazione lombarda.
La contromossa dei parlamentari salviniani
La frattura si era manifestata anche prima dell'incontro. Dodici dei sedici parlamentari lombardi considerati più vicini a Salvini avevano chiesto di prendere parte ai lavori del direttivo regionale. Una richiesta insolita, respinta da Romeo, e interpretata dagli avversari interni del segretario come il tentativo di riequilibrare una riunione nella quale i rapporti di forza apparivano sfavorevoli alla leadership federale.
Salvini, almeno per ora, non mostra intenzione di arretrare. Prima del direttivo aveva liquidato pubblicamente la prospettiva di una battaglia interna spiegando di non avere tempo per litigare e aveva indicato come priorità il programma politico, dalle misure fiscali alle amministrative. Nella riunione ha cercato di recuperare il tradizionale profilo di una Lega più combattiva anche dentro il governo, lasciando intendere che il partito potrebbe alzare i toni sui propri dossier identitari.
La scelta è anche tattica. Trasformare lo scontro sulla segreteria in una discussione sulle cose da fare permette al leader di guadagnare tempo e di evitare che un direttivo regionale diventi l'innesco di una crisi nazionale. Ma il problema dei numeri, della rappresentanza al Nord e del rapporto con gli amministratori non è scomparso.
Settembre diventa il mese decisivo
La partita si sposta così verso settembre. Le cronache del direttivo convergono su un punto: lo scontro è stato rinviato, non risolto.
Sul tavolo resta soprattutto l'ipotesi di una struttura o associazione capace di coordinare le istanze del Nord e di valorizzare maggiormente governatori e amministratori. Romeo ne ha parlato apertamente, mentre nell'area critica viene osservato con particolare attenzione il ruolo dell'ex governatore veneto Luca Zaia e degli altri presidenti regionali. Per Salvini, una simile organizzazione potrebbe trasformarsi da strumento territoriale in un vero centro di potere alternativo dentro il partito.
Ed è qui che Pontida torna ad assumere un valore che va oltre quello simbolico. Il tradizionale appuntamento del Carroccio potrebbe diventare il luogo in cui misurare pubblicamente rapporti di forza che finora sono rimasti confinati nelle sedi di partito. La domanda non riguarda più soltanto quanto consenso abbia ancora Salvini fuori dalla Lega. Riguarda quanto ne conservi dentro la sua organizzazione e, soprattutto, nel territorio da cui la Lega è nata.
Per il segretario il pericolo è che la rivolta lombarda smetta di essere una somma di malumori locali e trovi una guida politica riconoscibile. Per i suoi oppositori interni, invece, il problema sarà trasformare la critica in una proposta e dimostrare di avere numeri, leadership e progetto sufficienti a cambiare realmente gli equilibri. Dopo via Bellerio, il confronto è ormai aperto. E settembre può diventare il momento in cui qualcuno sarà costretto a scoprire definitivamente le carte.
