Famiglia, 9,6 miliardi di misure: nascite al minimo storico

In quattro manovre quasi 100 miliardi, meno di 10 per gli interventi mirati a figli e natalità

famiglia 9 6 miliardi di misure nascite al minimo storico

Palazzo Chigi rivendica 13,8 miliardi, ma 4,2 riguardano bollette e gas. Restano 9,6 miliardi di misure mirate. Intanto nel 2025 i nati scendono a 355mila e la fecondità a 1,14 figli per donna

Il governo ha fatto della famiglia e della natalità una delle bandiere politiche della legislatura. Ma dopo quattro leggi di bilancio il confronto tra annunci, risorse stanziate e andamento demografico restituisce un quadro molto meno lineare. La cifra simbolica è dieci: quasi 100 miliardi complessivi mobilitati dalle quattro manovre, meno di 10 miliardi riconducibili agli interventi aggiuntivi rivolti in maniera specifica alle famiglie con figli e alla natalità, una volta esclusi dal conto gli aiuti generalizzati contro il caro energia.

I documenti del Dipartimento per il programma di governo attribuiscono all’esecutivo di Giorgia Meloni 13,8 miliardi di misure per famiglia e natalità. Dentro quella somma sono però compresi circa 4 miliardi del decreto Aiuti-quater del 2022 destinati a contenere il prezzo del gas e altri 200 milioni inseriti successivamente contro il caro bollette. Sono sostegni che hanno certamente aiutato anche i nuclei familiari, ma non sono interventi costruiti specificamente per favorire chi ha figli o vorrebbe averne. Depurato da queste voci, il conto scende a circa 9,6 miliardi.

Il crollo delle nascite non si ferma

Nel frattempo la curva demografica ha continuato a scendere. Nel 2022, anno dell'insediamento del governo Meloni, in Italia erano nati circa 393mila bambini. Nel 2025 sono stati 355mila, nuovo minimo storico, con una diminuzione del 3,9 per cento rispetto all'anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, anch'esso il valore più basso mai registrato nel Paese.

Non esiste naturalmente un rapporto automatico tra una legge di bilancio e il numero di bambini che nascono pochi mesi dopo. Le scelte di avere figli dipendono da redditi, occupazione, casa, prospettive personali, età alla maternità e disponibilità di servizi. Ma proprio per questo il dato diventa il principale banco di prova di una politica che aveva indicato il contrasto alla denatalità come una priorità nazionale.

L'Istat fotografa ormai un processo strutturale. Nel 2008 i nati erano più di 576mila. In diciassette anni se ne sono persi oltre 220mila. L'Italia è oggi fra i Paesi europei con la fecondità più bassa ed è quello nel quale l'età media alla nascita del primo figlio è tra le più elevate.

Molti bonus, meno servizi

La strategia dell'esecutivo si è concentrata soprattutto su trasferimenti monetari, sgravi contributivi e incentivi. Sono arrivati il bonus per le madri lavoratrici, il contributo da mille euro per i nuovi nati, il rafforzamento del bonus asilo nido, gli interventi per centri estivi, sport e libri e diverse agevolazioni per favorire l'occupazione femminile.

Il pilastro resta però l'Assegno unico e universale, una misura introdotta nel 2022 prima dell'arrivo del governo Meloni e successivamente rafforzata e indicizzata. Nel 2024 l'Inps ha versato 19,8 miliardi a 6,4 milioni di nuclei per 10,1 milioni di figli. Nel 2025 la spesa si è mantenuta intorno ai 19,8 miliardi e nei primi tre mesi del 2026 sono stati erogati altri 4,9 miliardi a circa 6 milioni di famiglie.

È proprio qui che emerge la distinzione decisiva: il sistema italiano investe somme considerevoli nel sostegno economico diretto, ma continua a mostrare una maggiore debolezza sul fronte dei servizi. E sono questi ultimi, dagli asili nido ai congedi, che incidono più direttamente sulla possibilità di conciliare lavoro e genitorialità.

Il nodo degli asili nido

L'esempio più evidente è il Pnrr. Il progetto originario prevedeva 264.480 nuovi posti negli asili nido e nelle scuole dell'infanzia. Dopo la revisione del Piano, il traguardo è stato ridotto a 150.480 posti entro giugno 2026.

L'Ufficio parlamentare di bilancio aveva già segnalato le difficoltà. Su 3,24 miliardi di fondi Pnrr destinati all'intervento, alla fine del 2024 ne risultavano utilizzati circa 817 milioni. Nello scenario più favorevole stimato dall'Upb mancherebbero circa 500 posti rispetto al target; in quello meno favorevole il divario potrebbe salire fino a 26mila. Nella simulazione considerata più vicina ai dati comunicati, lo scarto è di circa 17.400 posti.

Il problema non è soltanto quantitativo. Il ritardo si concentra proprio nelle aree dove la disponibilità dei servizi è storicamente più bassa. Anche con la piena realizzazione degli investimenti, secondo l'Upb, Campania e Sicilia resterebbero tra le regioni più lontane dai livelli di copertura del Centro-Nord.

L'Italia spende soprattutto in assegni

Il confronto europeo aiuta a capire la distanza. Secondo Eurostat, nel 2023 i Paesi dell'Unione hanno destinato complessivamente 400 miliardi alle prestazioni per famiglia e figli, pari al 2,3 per cento del Pil. La composizione della spesa, però, cambia profondamente da Stato a Stato. In Italia prevalgono nettamente i trasferimenti monetari, mentre in altri Paesi una quota molto maggiore viene destinata a servizi per l'infanzia e prestazioni in natura.

I dati preliminari Eurostat per il 2024 collocano la spesa italiana per la funzione famiglia e figli attorno all'1,63 per cento del Pil, ancora distante dai Paesi europei che investono di più. La Germania si colloca sopra il 3,5 per cento. Il dato va letto tenendo presente che la stessa Eurostat avverte sulle differenze fra i sistemi nazionali e sul fatto che una parte delle agevolazioni fiscali non rientra nelle statistiche ESSPROS.

La differenza è quindi anche qualitativa. Nel 2023, a livello europeo, quasi quattro euro su dieci delle prestazioni per famiglia e figli erano costituiti da servizi e prestazioni in natura. Gli asili e gli altri servizi di cura per i bambini rappresentavano da soli oltre un quarto della spesa complessiva. In Paesi come Spagna, Danimarca, Svezia e Finlandia le prestazioni in natura superavano perfino i trasferimenti monetari periodici.

Germania e Polonia, due modelli diversi

La Germania combina trasferimenti universali e servizi. Nel 2026 il Kindergeld vale 259 euro al mese per ogni figlio, indipendentemente dal reddito familiare, affiancato dalle indennità parentali e da una rete di servizi molto più ampia.

La Polonia ha imboccato una strada ancora diversa e fortemente centrata sul trasferimento diretto. Il programma Rodzina 800+ garantisce 800 zloty al mese per ogni figlio fino ai 18 anni senza limiti di reddito. La misura, salita da 500 a 800 zloty nel 2024, resta in vigore anche per il periodo 2026-2027.

La Francia, invece, affianca alle prestazioni gestite dalle Caf una forte componente fiscale attraverso il quoziente familiare e una rete articolata di sostegni alla cura dei figli. Proprio il quoziente familiare era comparso anche tra le promesse del centrodestra italiano del 2022, ma non è stato introdotto nella forma del modello francese.

Il vero ostacolo è conciliare figli e lavoro

Ed è forse questo il punto politico più delicato. L'Italia ha ampliato i sostegni economici, ma resta un Paese nel quale avere un figlio continua a modificare in modo molto diverso la vita lavorativa di una madre e quella di un padre. Gli interventi sui congedi hanno aumentato alcune indennità, senza arrivare a una piena equiparazione dei periodi riservati ai due genitori.

Il problema non si risolve soltanto aumentando un assegno. Una coppia decide se avere un figlio valutando anche se troverà un posto al nido, quanto costerà, chi resterà a casa quando il bambino è piccolo, se entrambi potranno continuare a lavorare e quale parte dello stipendio perderanno durante i congedi. È su questa infrastruttura quotidiana della famiglia che il confronto con una parte dell'Europa resta più difficile.

I quasi 10 miliardi di nuove misure mirate messi in campo durante la legislatura rappresentano quindi un intervento reale, ma non hanno ancora prodotto quella svolta che il governo aveva indicato come uno dei propri obiettivi. E il dato più difficile da aggirare resta quello che arriva dalle sale parto: 355mila bambini nel 2025, 38mila in meno rispetto al 2022. Per invertire la tendenza, bonus e assegni possono essere una parte della risposta. I numeri suggeriscono che, da soli, non bastano.