Ricina, sei ore di confronto tra Gianni Di Vita e l’amica di lunga data

Faccia a faccia in Questura a Campobasso. L’inchiesta sul duplice omicidio accelera

ricina sei ore di confronto tra gianni di vita e l amica di lunga data

Gianni Di Vita e un’amica di lunga data ascoltati per sei ore, almeno due insieme. Sullo sfondo gli esami del Robert Koch Institut e i nuovi sequestri informatici. La Procura mantiene il massimo riserbo e indaga ancora contro ignoti

Gianni Di Vita è entrato nella Questura di Campobasso intorno alle 11. Quasi nello stesso momento, ma da un ingresso diverso, è arrivata Monia, insegnante e sua amica da quando erano ragazzi. Ne sono usciti soltanto alle 17, dopo una giornata che segna un nuovo passaggio nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate con la ricina nei giorni di Natale dello scorso anno a Pietracatella.

Davanti alla procuratrice di Larino Elvira Antonelli e al capo della Squadra Mobile di Campobasso Marco Graziano, i due sarebbero rimasti per almeno due ore nella stessa stanza, chiamati a confrontare le rispettive ricostruzioni. Entrambi sono stati ascoltati come persone informate sui fatti. Sui contenuti del faccia a faccia, però, gli investigatori non hanno fatto filtrare elementi ufficiali.

Per Gianni Di Vita, commercialista di 56 anni ed ex sindaco di Pietracatella dal 2006 al 2014, è stata la quinta convocazione dall’inizio dell’indagine. Per la docente, insegnante di matematica all’istituto tecnico agrario di Riccia, le audizioni sono state finora tre.

Il faccia a faccia e le versioni da verificare

Il dato più significativo è la scelta degli investigatori di ascoltare contemporaneamente due persone già sentite più volte nei mesi precedenti. Una modalità che suggerisce la necessità di verificare punti non perfettamente coincidenti nelle precedenti ricostruzioni, senza che questo consenta di attribuire responsabilità o formulare accuse.

All’uscita dalla Questura, Di Vita non ha chiarito quali aspetti siano stati affrontati. Ai cronisti che gli chiedevano conto delle domande poste dagli investigatori si è limitato a rispondere che «a molte potete darvi delle risposte da soli».

Il fascicolo principale resta aperto per duplice omicidio volontario contro ignoti. Al momento non risultano persone iscritte nel registro degli indagati per l’avvelenamento di Antonella e Sara. Un elemento essenziale, soprattutto in una fase nella quale ogni nuova convocazione rischia di alimentare ipotesi che non trovano ancora riscontro in atti giudiziari.

Gli esami arrivati da Berlino

A imprimere un’accelerazione agli accertamenti è stato anche l’intervento degli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino, coinvolti dalla Procura nelle analisi sui reperti sequestrati nell’abitazione della famiglia Di Vita.

I primi risultati hanno riguardato i campioni di sangue prelevati a Gianni Di Vita e alla figlia maggiore Alice. Gli accertamenti non hanno rilevato elementi riconducibili a una precedente esposizione alla ricina. Padre e figlia, secondo gli esiti arrivati da Berlino, non sarebbero quindi entrati in contatto con la tossina.

Il risultato assume particolare rilievo per Gianni, che fin dall’inizio aveva raccontato di essersi sentito male negli stessi giorni in cui comparvero i primi sintomi nella moglie e nella figlia.

La Procura ha affidato agli esperti tedeschi un compito più ampio: cercare eventuali tracce della sostanza non soltanto negli alimenti sequestrati, ma anche su oggetti, vestiti e arredi presenti nella casa di Pietracatella.

Il nodo del “vettore” della ricina

Uno dei punti decisivi dell’inchiesta resta individuare il mezzo attraverso il quale la tossina sarebbe stata somministrata alle due vittime. Il quotidiano locale Primo Piano Molise ha riferito nelle scorse settimane che gli accertamenti tedeschi potrebbero aver isolato un reperto contenente tracce riconducibili alla ricina.

La circostanza, tuttavia, non ha ricevuto conferma ufficiale. La Procura di Larino ha precisato di non aver comunicato il ritrovamento di un alimento positivo alla ricina. Non è dunque possibile affermare, allo stato, che sia stato definitivamente individuato il cibo o la bevanda utilizzati per avvelenare Antonella e Sara.

Se gli esami dovessero permettere di identificare con certezza il vettore, gli investigatori potrebbero restringere sensibilmente il perimetro temporale dell’avvelenamento. Al centro restano i pasti consumati tra il 23 e il 24 dicembre, quando nella casa si alternarono componenti della famiglia e parenti.

Alice ascoltata ancora sui pasti di Natale

Nei giorni scorsi anche Alice Di Vita, 19 anni, è stata nuovamente sentita dalla procuratrice Antonelli. Le domande si sarebbero concentrate sulla ricostruzione dei pasti consumati dalla famiglia nelle ore precedenti ai malori: cosa mangiarono Antonella e Sara, chi preparò le pietanze, chi le portò in casa e quali persone fossero presenti.

È uno dei passaggi più delicati perché Alice non partecipò a tutti i momenti familiari di quelle giornate. Gli investigatori stanno cercando di sovrapporre le testimonianze raccolte con i risultati tossicologici e con i dati ottenuti dai dispositivi elettronici.

Oltre cento persone sono state ascoltate dall’inizio dell’inchiesta. Le verifiche hanno riguardato rapporti familiari, frequentazioni, questioni economiche e possibili tensioni personali. Anche eventuali contrasti di natura sentimentale rientrano nel quadro delle piste esaminate, senza che al momento sia emerso pubblicamente un movente definito.

Computer e pen drive sotto esame

Un altro fronte riguarda il materiale informatico. Nelle ultime settimane sono stati sequestrati a Gianni Di Vita un computer e otto pen drive, sui quali sono in corso approfondimenti. Nei mesi precedenti erano già stati acquisiti telefoni, computer e altri dispositivi presenti nell’abitazione delle vittime.

Il sequestro non indica di per sé una responsabilità. Gli investigatori stanno ricostruendo comunicazioni, ricerche, contatti e cronologie che possano essere confrontati con quanto dichiarato dalle numerose persone ascoltate.

Sul significato di questi accertamenti è intervenuto anche Pietro Terminiello, legale di uno dei medici coinvolti nel distinto filone sull’assistenza sanitaria prestata alle due donne prima che fosse individuata la ricina. Secondo l’avvocato, il materiale sequestrato potrebbe anticipare una svolta oppure testimoniare semplicemente la volontà degli inquirenti di non lasciare inesplorata alcuna direzione.

Un’inchiesta ancora senza accusati

A otto mesi dalla morte di Antonella e Sara, il quadro investigativo appare più circoscritto, ma resta privo di un’accusa formale per il duplice omicidio. Gli esami scientifici di Berlino, la ricostruzione dei pasti natalizi, le verifiche sui dispositivi e il confronto tra le diverse testimonianze sono ora destinati a convergere.

Il faccia a faccia nella Questura di Campobasso rappresenta un nuovo tassello. Non prova una responsabilità e non permette ancora di indicare un sospettato. Segnala però che la Procura sta tornando sulle dichiarazioni raccolte nei mesi scorsi per verificare incongruenze e ricostruire con maggiore precisione ciò che accadde nella casa di Pietracatella nelle ore in cui la ricina arrivò fino ad Antonella e Sara.