Non riusciva più a sopportare le violenze che, secondo l’accusa, segnavano da anni la vita dentro casa. Circa un anno fa la ragazza, oggi quindicenne, arrivò a ingerire dell’insetticida nel tentativo di togliersi la vita. Venne salvata dopo il ricovero in ospedale. Le vessazioni, però, sarebbero continuate fino agli ultimi mesi, quando la giovane ha trovato la forza di rivolgersi ai servizi sociali e raccontare ciò che accadeva alla madre, ai fratelli e a lei.
Nel Riminese i Carabinieri di Morciano di Romagna hanno ora arrestato il padre, un uomo di 53 anni originario del Bangladesh, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Andrea Falaschetti. Le indagini preliminari sono state coordinate dal sostituto procuratore di Rimini, Davide Ercolani. L’accusa contestata è quella di maltrattamenti in famiglia.
Il racconto della figlia e la richiesta di aiuto
La svolta sarebbe arrivata dopo l’ennesimo episodio in casa. La ragazza ha contattato l’assistente sociale e, una volta convocata insieme alla madre e al fratello maggiore, avrebbe ricostruito una lunga sequenza di minacce, percosse e imposizioni. Madre e figli sono stati quindi allontanati dall’abitazione e trasferiti in una struttura protetta.
Secondo quanto emerso dalle denunce raccolte dagli investigatori, il 53enne avrebbe instaurato all’interno della famiglia un clima di paura e controllo. Le contestazioni riguardano comportamenti che sarebbero iniziati già quando il nucleo viveva in Bangladesh e sarebbero proseguiti dopo il trasferimento in Italia. La moglie avrebbe riferito di violenze fisiche e psicologiche subite fin dall’inizio del matrimonio, oltre a forti limitazioni della propria autonomia personale.
Anche i figli, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero stati colpiti ripetutamente fin dalla prima infanzia. Tra gli episodi contestati c’è quello ai danni di uno dei bambini, che sarebbe stato percosso con un manico di scopa, e quello riguardante la ragazza, che avrebbe riportato lesioni dopo essere stata colpita all’addome. Gli inquirenti riferiscono inoltre di violenze nei confronti del figlio maggiore, affetto da una grave disabilità.
Il tentativo di suicidio dopo l’ennesima aggressione
Uno dei momenti più drammatici risale allo scorso anno. Secondo il racconto della madre agli investigatori, durante una festività la giovane sarebbe stata aggredita dal padre dopo essere andata al parco senza il suo permesso. Poco dopo ingerì dell’insetticida e venne portata d’urgenza in ospedale, dove i medici riuscirono a salvarla.
Quell’episodio non avrebbe però interrotto le vessazioni. La situazione sarebbe precipitata nuovamente nelle settimane scorse, fino alla richiesta di aiuto ai servizi sociali. È a quel punto che il racconto complessivo della famiglia ha consentito agli investigatori di ricostruire episodi avvenuti nell’arco di molti anni e di chiedere una misura cautelare.
Il progetto di riportarla in Bangladesh
Nell’inchiesta compare anche un altro elemento particolarmente delicato. Secondo gli investigatori, il padre aveva avviato le pratiche per trasferire la figlia in Bangladesh, dove sarebbe stata destinata a un matrimonio combinato. Un progetto al quale la ragazza non voleva sottostare e che avrebbe contribuito ad aumentare la sua paura di essere costretta ad abbandonare la vita costruita in Italia.
Il 53enne, che lavora come titolare di un’attività stagionale sulla Riviera romagnola, era già stato interessato in passato da accertamenti per vicende analoghe. Ora si trova in carcere in attesa dei successivi passaggi giudiziari. Le accuse sono ancora nella fase delle indagini preliminari e dovranno essere verificate nel contraddittorio processuale: l’uomo è da considerarsi non colpevole fino a eventuale sentenza definitiva.
L’ombra del caso Saman Abbas
Il riferimento a un matrimonio imposto richiama inevitabilmente una delle vicende che più hanno segnato il dibattito italiano degli ultimi anni, quella di Saman Abbas, la giovane pachistana uccisa a Novellara, nel Reggiano, nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021 dopo essersi ribellata alle decisioni familiari sulla propria vita e a un matrimonio combinato.
Nel luglio scorso la Corte di Cassazione ha reso definitive le condanne per quell’omicidio: ergastolo per i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen e per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq, 22 anni di reclusione per lo zio Danish Hasnain.
Le due vicende restano naturalmente distinte e non possono essere sovrapposte sul piano giudiziario. Nel caso riminese è stato l’intervento della ragazza, dei servizi sociali e delle forze dell’ordine a interrompere una situazione che, secondo l’accusa, stava diventando sempre più pericolosa. La madre e i tre figli sono ora lontani dall’abitazione familiare e protetti, mentre l’inchiesta dovrà stabilire responsabilità e ricostruire fino in fondo la lunga storia raccontata agli investigatori.
