La settimana decisiva per il futuro dell’ex Ilva si apre con lo sciopero e con un corteo dei lavoratori dell’indotto per le strade di Taranto. Dopo l’assemblea convocata all’alba davanti ai cancelli dello stabilimento, gli addetti delle imprese appaltatrici hanno avviato la mobilitazione contro il rischio di circa 2.500 licenziamenti, alla vigilia del nuovo confronto tra Governo e sindacati previsto il 15 settembre a Palazzo Chigi.
La protesta, promossa da Fim, Fiom, Uilm e Usb, prevede 24 ore di astensione dal lavoro. Lo sciopero è iniziato alle 9 di stamane e proseguirà fino alle 7 di domani. Dal siderurgico il corteo ha raggiunto la provinciale per Statte, ha attraversato il quartiere Tamburi e si è diretto verso Palazzo di Città.
L’indotto teme 2.500 esuberi
La mobilitazione arriva dopo la ripartenza delle procedure di licenziamento collettivo che interessano circa 2.500 dipendenti delle imprese dell’indotto. Ventotto aziende avevano già avviato l’iter all’inizio di settembre, salvo congelarlo temporaneamente dopo il precedente confronto con il Governo.
La tregua si è però interrotta dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha confermato il provvedimento di chiusura dell’area a caldo dello stabilimento. Le imprese hanno quindi riattivato le procedure, facendo riesplodere la tensione occupazionale in una realtà economica che dipende in larga parte dalle attività del polo siderurgico.
Per le organizzazioni sindacali il rischio non riguarda soltanto i lavoratori direttamente destinatari delle procedure, ma l’intero sistema produttivo collegato allo stabilimento. La richiesta è quella di bloccare gli esuberi e affiancare alla transizione industriale strumenti straordinari di tutela del reddito e dell’occupazione.
L’area a caldo verso lo stop entro ottobre
Il passaggio che ha accelerato la crisi è arrivato l’11 settembre. La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospensione presentata da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e da Ilva in amministrazione straordinaria, confermando il blocco dell’area a caldo entro il 28 ottobre.
La decisione si fonda sulla prevalenza della tutela della salute rispetto alla prosecuzione dell’attività produttiva nelle condizioni contestate nel procedimento. Lo spegnimento coinvolgerà gli impianti del ciclo integrale, con conseguenze potenzialmente molto pesanti sulla capacità produttiva dello stabilimento e sulle aziende che lavorano in appalto.
La chiusura dell’area a caldo rappresenta anche un problema industriale di lungo periodo. Le amministrazioni straordinarie hanno sostenuto che il raffreddamento degli altoforni potrebbe provocare danni difficilmente reversibili e compromettere la possibilità di mantenere una produzione siderurgica a ciclo integrale a Taranto. Il futuro dello stabilimento viene quindi legato sempre di più alla transizione verso forni elettrici e tecnologie a minore impatto ambientale.
Il tavolo a Palazzo Chigi
La protesta precede di poche ore il nuovo confronto annunciato a Palazzo Chigi tra Governo e organizzazioni sindacali. Dopo la decisione dei giudici milanesi, la Presidenza del Consiglio ha indicato per domani la ripresa del tavolo permanente sulla vertenza.
Il precedente incontro dell’8 settembre aveva prodotto una sospensione temporanea dei licenziamenti e aveva aperto alla possibilità di una presenza pubblica nel futuro assetto societario, purché accompagnata da un piano industriale considerato sostenibile. Sul tavolo resta il progetto di decarbonizzazione attraverso forni elettrici alimentati con preridotto di ferro, il Dri.
I sindacati chiedono però che il confronto produca questa volta misure immediatamente operative. Tra le priorità ci sono la tutela di tutti i lavoratori, compresi quelli degli appalti, la continuità del reddito, il blocco delle procedure di licenziamento e una prospettiva industriale capace di accompagnare il passaggio verso una produzione meno inquinante.
Taranto teme una nuova emergenza sociale
La tensione coinvolge una città già segnata da oltre un decennio di crisi industriale, commissariamenti, interventi pubblici e contenziosi giudiziari. L’ex Ilva resta uno dei principali poli produttivi del Paese e continua a impiegare migliaia di lavoratori diretti, ai quali si aggiunge una vasta rete di imprese esterne.
Lo sciopero dell’indotto porta quindi in strada la parte più esposta della vertenza. Le aziende appaltatrici dipendono direttamente dal livello di attività dello stabilimento e lo spegnimento progressivo degli impianti rischia di ridurre rapidamente commesse e occupazione.
La giornata di domani diventa così uno snodo decisivo. Governo, sindacati e imprese dovranno affrontare contemporaneamente la chiusura dell’area a caldo, la gestione della transizione tecnologica e la necessità di impedire che lo stop produttivo si trasformi in una crisi occupazionale immediata per migliaia di famiglie.
