Caporalato tra Taranto e Matera, sei ai domiciliari e 19 indagati

L’inchiesta ricostruisce una filiera fatta di reclutamento, trasporti, alloggi e salari controllati

caporalato tra taranto e matera sei ai domiciliari e 19 indagati

L’operazione «Terra di Confine» svela un presunto sistema di sfruttamento dei braccianti stranieri. Sei persone sono ai domiciliari. Sequestrati immobili, terreni, furgoni e attività per un valore superiore al milione di euro

Dal viaggio verso l’Italia al posto letto, dal furgone per raggiungere i campi fino alla paga di fine giornata. Secondo gli investigatori, ogni passaggio della vita di decine di braccianti stranieri poteva finire sotto il controllo della stessa rete. È il sistema che la Procura di Taranto ritiene di avere ricostruito con l’operazione «Terra di Confine», un’inchiesta sul caporalato sviluppata tra le province di Taranto e Matera.

Sono 19 complessivamente le persone indagate tra imprenditori agricoli, intermediari e presunti caporali. Per sei il gip del Tribunale di Taranto ha disposto gli arresti domiciliari. Il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari e tutte le responsabilità dovranno essere accertate nel processo, nel rispetto della presunzione di innocenza.

I braccianti radunati prima dell’alba

L’indagine prende forma nel luglio 2023 a Ginosa, nel Tarantino. I carabinieri osservano gruppi di lavoratori stranieri riunirsi in alcuni punti di raccolta, per poi salire su furgoni diretti verso aziende agricole distribuite tra la Puglia e la Basilicata.

Da quelle partenze quotidiane gli investigatori cominciano a ricostruire una rete molto più articolata. Non soltanto il reperimento della manodopera, ma anche il trasporto, la sistemazione abitativa e, in alcuni casi, la gestione delle retribuzioni e delle giornate lavorate.

Per seguire gli spostamenti sono stati utilizzati anche droni e strumenti in grado di ricostruire i percorsi satellitari dei mezzi. Ne sarebbe emersa una geografia precisa: punti di raccolta, abitazioni, aziende agricole e furgoni utilizzati per accompagnare gli operai nei campi.

Il lavoro come pagamento del debito

Al centro dell’inchiesta c’è uno degli indagati, ritenuto dagli investigatori il promotore e organizzatore del sistema. Sarebbe diventato un riferimento per numerosi stranieri arrivati in Italia alla ricerca di un’occupazione.

Secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbe organizzato viaggi, alloggi e trasferimenti verso le aziende, mantenendo anche i rapporti economici con gli imprenditori. In alcuni casi avrebbe trattenuto i documenti dei lavoratori.

A diversi braccianti sarebbero state anticipate le somme necessarie per arrivare in Italia e sostenere le prime spese. Quel denaro sarebbe poi stato recuperato attraverso il lavoro, creando una condizione di dipendenza economica ancora più difficile da spezzare.

Dietro molte di queste persone c’erano già percorsi segnati dalla violenza. Alcuni lavoratori ascoltati dai carabinieri hanno raccontato di essere passati dalla Libia, dove sarebbero stati privati della libertà e sottoposti a maltrattamenti, prima di affrontare il Mediterraneo su imbarcazioni precarie.

Seminterrati e baracche di lamiera

Il controllo, secondo l’accusa, non si sarebbe fermato ai campi. Una parte degli operai sarebbe stata ospitata in un complesso immobiliare organizzato per accogliere numerosi braccianti.

Alcuni vivevano nei seminterrati, dividendo locali angusti con altre persone. Gli investigatori descrivono ambienti sovraffollati, collegamenti elettrici improvvisati e condizioni di sicurezza considerate inadeguate. Altri lavoratori sarebbero stati sistemati in strutture prefabbricate di lamiera trasformate in dormitori e spazi comuni.

A rendere difficile sottrarsi al sistema avrebbe contribuito la condizione personale degli operai: scarsa conoscenza della lingua, assenza di familiari in Italia, bisogno immediato di un reddito e necessità di trovare un posto nel quale dormire.

Paghe ridotte e giornate sotto controllo

Il presunto meccanismo aveva anche una propria organizzazione contabile. Una delle indagate, secondo gli investigatori, avrebbe annotato giornate di lavoro e somme da corrispondere, facendo da collegamento tra aziende e braccianti.

Non sempre, però, quanto registrato avrebbe coinciso con ciò che spettava ai lavoratori. L’inchiesta ipotizza casi di impiego senza contratto, rapporti formalizzati in maniera diversa rispetto al lavoro realmente svolto e paghe inferiori ai minimi stabiliti dalla contrattazione collettiva.

Alcuni operai avrebbero atteso a lungo il denaro guadagnato. Nei racconti raccolti durante l’indagine emerge anche la difficoltà di persone che sostenevano di non avere più risorse sufficienti nemmeno per garantire il cibo ai propri figli.

Le giornate sarebbero state scandite da orari pesanti e pause rigidamente organizzate. In almeno un’azienda, secondo gli atti investigativi, era stato installato un sistema di videosorveglianza utilizzato anche per verificare a distanza la presenza e l’attività dei lavoratori.

L’infortunio nei campi

La sicurezza rappresenta un altro capitolo dell’indagine. I braccianti sarebbero stati impiegati senza un’adeguata formazione, visite mediche preventive o dispositivi di protezione forniti dal datore di lavoro.

Alcuni hanno raccontato di avere comprato da soli guanti e attrezzature necessarie. Un imprenditore avrebbe addirittura imposto ai dipendenti di procurarsi personalmente i dispositivi di sicurezza, prospettando conseguenze a chi non lo avesse fatto.

Gli investigatori hanno ricostruito anche l’incidente di un lavoratore straniero impegnato nella raccolta degli agrumi. Caduto da una scala, si sarebbe ferito a un braccio. Dalle intercettazioni sarebbe emersa la preoccupazione degli indagati non soltanto per l’infortunio, ma per i possibili controlli, perché l’uomo non avrebbe avuto un regolare contratto.

Sequestrati beni per oltre un milione

L’operazione ha colpito anche il patrimonio ritenuto riconducibile al presunto sistema. Il provvedimento di sequestro riguarda immobili, terreni, attività imprenditoriali e diversi veicoli, soprattutto i furgoni utilizzati per portare i braccianti sui luoghi di lavoro.

Tra i beni sottoposti a vincolo figura anche il complesso nel quale sarebbero stati alloggiati diversi lavoratori. Il valore complessivo viene stimato in oltre un milione di euro.

Nel corso degli accertamenti sono emerse anche ulteriori ipotesi di reato, tra cui corruzione, falso e truffa ai danni dello Stato, legate anche a presunti certificati medici falsi utilizzati per ottenere erogazioni pubbliche.

L’operazione dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Taranto, affiancati dal Nucleo Ispettorato del Lavoro, fotografa così un’ipotesi investigativa nella quale lo sfruttamento non sarebbe consistito soltanto in una paga troppo bassa. Il lavoro, la casa, il trasporto e perfino il debito contratto per arrivare in Italia avrebbero composto un unico circuito dal quale, per chi non aveva denaro, famiglia o alternative, diventava difficile uscire.