C’era una piazza, una volta. Bologna, 21 giugno 1984. Più di centocinquantamila persone strette in Piazza Maggiore e nelle strade attorno per i vent’anni di carriera di Francesco Guccini. Sul palco passarono Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Paolo Conte, Claudio Lolli, i Nomadi e, tra gli altri, Pierangelo Bertoli. Oggi che Guccini è morto, quella piazza torna davanti non come una fotografia ingiallita, ma come una domanda politica. Che cosa eravamo capaci di essere? E soprattutto: che cosa ci è successo?
Due uomini, due sinistre
Guccini e Bertoli stavano dalla stessa parte senza stare nello stesso posto. Ed è proprio questo che oggi sembra rivoluzionario. Guccini aveva una sinistra prima morale che partitica, socialista e libertaria, allergica ai catechismi e sufficientemente libera da guardare con orrore anche ai carri armati che portavano una bandiera rossa. La politica, nelle sue canzoni, nasceva dalla coscienza: Auschwitz, Primavera di Praga, La locomotiva. Prima veniva l’uomo, poi l’ideologia. Prima il dubbio, poi la risposta. Non chiedeva obbedienza, chiedeva di pensare.
Bertoli era un’altra cosa. Più ruvido, più esplicito, più dentro il conflitto. Nella sua storia c’erano la militanza comunista, la classe, gli ultimi che non erano una categoria sociologica ma persone con un nome, un salario, una fatica. Le sue canzoni non bussavano alla porta del potere, spesso gliela sbattevano in faccia. Eppure soffia parlava di ambiente quando l’ecologia non era ancora diventata una parola buona per i convegni; A muso duro era quasi una dichiarazione preventiva contro l’addomesticamento delle idee. La sua produzione rimase segnata dall’impegno sociale e politico fino alla fine.
Eppure nel 1984 erano lì, nella stessa piazza. Questa è la sinistra che manca. Non quella santificata dalla nostalgia, non quella senza errori, perché di errori ne ha commessi e anche enormi. Manca una sinistra abbastanza grande da contenere Guccini e Bertoli, l’eretico e il militante, il dubbio e la fede politica, l’intellettuale che diffida delle appartenenze e l’uomo che nell’appartenenza vede uno strumento di lotta. Non dovevano assomigliarsi per riconoscersi. Avevano un terreno comune molto più profondo di un simbolo: la convinzione che la parte giusta fosse quella di chi aveva meno voce, meno denaro, meno possibilità di difendersi.
Il Paese che abbiamo lasciato indietro
Non che l’Italia del 1984 fosse migliore in assoluto. Sarebbe una sciocchezza. Erano gli anni delle ferite del terrorismo ancora aperte, dell’eroina, delle discriminazioni, di un Paese spesso feroce e ipocrita. Ma aveva una cosa che oggi si fa fatica a ritrovare: immaginava il futuro. Pensava che il domani potesse essere diverso dall’oggi e che la politica servisse precisamente a questo, a cambiarlo. La cultura non era un soprammobile, il lavoro non era una variabile contabile, la solidarietà non era buonismo, l’antifascismo non era una parola da pronunciare con imbarazzo per paura di disturbare qualcuno.
Oggi si vede un’Italia che troppo spesso si rannicchia. Ha paura dello straniero, del diverso, del povero, della libertà degli altri. Ha paura perfino di chiamare le cose con il loro nome. Un’Italia più chiusa, più rancorosa, più bigotta, nella quale sembra diventato sovversivo sostenere che una società civile si misura da come tratta chi cade e non da quanto velocemente riesce a voltarsi dall’altra parte. E qui non occorre l'equidistanza. Si stava meglio da quella parte lì. Dalla parte della libertà personale, della dignità del lavoro, della scuola che emancipa, della cultura che disturba, dei diritti che non si concedono soltanto a chi ci somiglia. Se questa parola conserva ancora un significato, per me quella parte continua a chiamarsi sinistra.
La meglio gioventù
Forse è questo che fa male oggi. Non soltanto la morte di Francesco Guccini, ventiquattro anni dopo quella di Pierangelo Bertoli. È il sospetto che insieme a loro stia diventando definitivamente passato anche un modo di stare al mondo. Quella sera a Bologna centocinquantamila persone andarono ad ascoltare canzoni lunghe, difficili, piene di storia, politica, morte, memoria, operai, anarchici, sconfitte e speranza. Nessuno aveva bisogno di semplificarle in trenta secondi perché fossero comprese. Nessuno doveva spiegare che pensare era ancora un piacere.
Chi, quella linea del tempo, l’ha vista passare non ha nessuna intenzione di rinnegarla per sembrare moderno. È stata parte di mondo. Con le sue ingenuità, i suoi errori e perfino con le sue illusioni. Le cose belle della vita hanno una crudeltà particolare: mentre accadono sembrano normali, soltanto dopo capiamo che erano irripetibili. Una piazza, due cantautori diversissimi, centocinquantamila persone e un Paese che, almeno per una notte, sembrava non avere paura di diventare migliore.
Forse non tornerà più. Come non torna il passato. Ma guai a permettere a qualcuno di convincerci che fosse tempo perduto.
Era la gioventù. Ed era casa.
