Lagarde gela l’Italia: "Nessuna deroga al Patto di stabilità"

La Bce boccia l’ipotesi di allentare i vincoli europei per l’emergenza energia

lagarde gela l italia nessuna deroga al patto di stabilita

Christine Lagarde respinge la richiesta italiana di escludere le spese energetiche dai limiti di bilancio. Intanto gli economisti avvertono: anche con la tregua nel Golfo serviranno mesi per tornare alla normalità

La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, chiude la porta alla richiesta italiana di maggiore flessibilità sui conti pubblici per affrontare l’emergenza energetica legata alla crisi in Medio Oriente.

Intervenendo in televisione, Lagarde ha respinto l’ipotesi di una deroga al Patto di stabilità avanzata dal governo di Giorgia Meloni, che aveva chiesto a Ursula von der Leyen di consentire agli Stati europei di tenere fuori dai vincoli di bilancio le spese straordinarie per energia e approvvigionamenti.

Per la numero uno della Bce, invece, l’Europa deve restare compatta e rispettare le regole comuni.

“Serve unità europea”

Lagarde ha sottolineato che il momento richiede coesione e non iniziative nazionali isolate. Secondo la presidente della Bce, eventuali deviazioni dal quadro europeo rischierebbero di indebolire la credibilità dell’Unione proprio nel pieno della crisi internazionale.

La dirigente francese ha ribadito che i parametri su deficit, debito e bilancio devono continuare a rappresentare il riferimento per tutti gli Stati membri, anche in una fase di forte pressione economica causata dall’instabilità geopolitica e dall’aumento dei costi energetici.

Il messaggio rivolto all’Italia è chiaro: nessuna eccezione fuori dalle regole condivise.

Lagarde non teme nuove austerità

La presidente della Bce ha comunque escluso il ritorno alle politiche di austerità del passato. Secondo Lagarde, nel 2025 diversi Paesi europei hanno già adottato politiche fiscali espansive, dimostrando che esiste margine per sostenere la crescita senza superare i limiti fissati dall’Unione.

La priorità, secondo Francoforte, deve essere quella di investire in settori capaci di generare sviluppo stabile e riforme strutturali in grado di aumentare il reddito dei cittadini europei.

Una posizione che però rischia di entrare in collisione con le esigenze dei governi più esposti agli shock energetici, tra cui proprio l’Italia.

Tassi, la Bce lascia aperta la stretta

Lagarde non ha nemmeno escluso un nuovo rialzo dei tassi d’interesse nella prossima riunione della Bce dell’11 giugno.

Pur evitando anticipazioni ufficiali, la presidente ha lasciato intendere che l’istituto continuerà a muoversi seguendo i dati economici e l’andamento dell’inflazione.

Le attuali proiezioni indicano un’inflazione europea al 2,6% nel 2026, con un ritorno vicino all’obiettivo del 2% soltanto negli anni successivi. Un quadro che mantiene aperta la possibilità di una nuova stretta monetaria per contenere la corsa dei prezzi.

L’effetto della crisi Iran-Hormuz

Secondo diversi analisti economici, un eventuale accordo tra Stati Uniti e Iran potrebbe limitare i danni economici per l’Europa ma non cancellarli completamente.

Il capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice, stima che una tregua eviterebbe lo scenario peggiore ma non impedirebbe comunque un rallentamento della crescita economica.

Per l’Eurozona si prevede una riduzione del Pil nel 2026 pari allo 0,3%, mentre per l’Italia il taglio delle stime potrebbe arrivare allo 0,4%.

Il vero problema, spiegano gli economisti, riguarda i tempi necessari per riportare alla normalità le catene energetiche e commerciali internazionali.

Serviranno mesi per normalizzare i mercati

Anche con la riapertura dello Stretto di Hormuz, la normalizzazione dei flussi energetici non sarebbe immediata.

Secondo le stime degli analisti, per il petrolio potrebbe servire circa un mese, mentre per prodotti raffinati, chimici e materie industriali strategiche potrebbero essere necessari da tre a sei mesi.

Nel frattempo continueranno le pressioni sui prezzi di benzina, gasolio, cherosene e trasporti internazionali.

La crisi non riguarda soltanto il petrolio. Attraverso Hormuz transitano quote enormi del commercio globale di gas liquefatto, fertilizzanti, alluminio e materie prime agricole. Il blocco parziale provocato dalla guerra ha già colpito diverse filiere industriali europee, dalla plastica al farmaceutico fino al settore tessile.

Il rischio economico resta altissimo

Secondo le stime diffuse da Assoporti-Srm, attraverso lo Stretto di Hormuz passa oltre un terzo del petrolio mondiale trasportato via mare e quasi il 30% del gas liquefatto globale.

L’impatto della crisi ha già provocato un drastico calo dei transiti marittimi e forti tensioni sui prezzi internazionali delle materie prime.

Per questo motivo la diplomazia europea continua a considerare decisiva la tenuta della tregua tra Washington e Teheran.

Perché anche se la guerra dovesse fermarsi subito, l’economia europea continuerà a pagare per mesi il prezzo della crisi nel Golfo.