Beppe Grillo riappare sui social nel momento più carico di ritualità dell’anno, rispolverando la tradizione dei contro-messaggi di fine anno. Il suo intervento arriva poche ore prima del discorso alla nazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e segna la fine di un lungo silenzio pubblico, interrotto solo da post tematici e lontani dal confronto politico diretto.
L’amarezza come chiave di lettura
Il tono è distante anni luce dal Grillo incendiario degli esordi. A dominare il testo è una disillusione profonda, quasi esistenziale. L’idea di “tirare una riga” a fine anno viene respinta come una finzione collettiva: al suo posto, Grillo descrive un accumulo di parole vuote e un Paese assuefatto all’ingiustizia, trasformata in procedura, e al dolore, ridotto a pratica amministrativa.
L’attacco alla politica
La critica più dura è riservata alla politica, dipinta come un teatro che continua a recitare sempre lo stesso copione. Cambiano sigle e alleanze, scrive Grillo, ma non i protagonisti, definiti “zombie” che si trascinano nei palazzi del potere protetti dalle scorte. È un affondo che non distingue schieramenti e che suona come una condanna definitiva di un sistema incapace di rigenerarsi.
Il silenzio e l’eredità dei Cinque Stelle
Nel post affiora anche un bilancio personale. Grillo rivendica di aver parlato quando era scomodo farlo e di aver taciuto quando le parole rischiavano di diventare solo rumore. Non c’è alcun riferimento al nuovo corso del Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte, né alla battaglia legale sul simbolo. Un’assenza che pesa e che rafforza l’idea di un distacco ormai strutturale dalla creatura politica che aveva fondato.
Giustizia, ferite e tempo personale
Uno dei passaggi più intensi riguarda la giustizia, descritta come una parola solenne brandita come una clava. Grillo parla di ferite che non fanno notizia e che insegnano come la verità segua percorsi tortuosi, spesso lontani da ciò che appare giusto. Il 2025 viene definito un “anno di sottrazione”, capace di togliere più di quanto abbia dato, senza mai scivolare nel riferimento diretto alle vicende giudiziarie che hanno toccato la sua sfera personale.
«Io sono postumo»
Il messaggio si chiude con una frase che suona come una dichiarazione di identità più che come un congedo. Grillo si descrive in uno stato privo di noia, tristezza e dolore, ma conclude con un’affermazione enigmatica: il suo tempo non è ancora venuto, lui è “postumo”. Non un ritorno alla politica attiva, almeno per ora, ma un segnale al suo pubblico storico e a un Paese che, nel suo racconto, ha smesso di interrogarsi davvero.
