Le esplosioni di Caracas nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 non sono un episodio isolato, ma un segnale. L’ordine di colpire il Venezuela attribuito al presidente Donald Trump certifica un passaggio definitivo: la forza militare torna a essere strumento politico diretto, sganciato da mediazioni e cornici multilaterali. Non un’operazione coperta, non un proxy conflict, ma un’azione frontale contro uno Stato sovrano, giustificata con argomenti già sentiti troppe volte nella storia recente. Dal 24 febbraio 2022, data dell’invasione russa dell’Ucraina, il sistema internazionale ha accettato l’idea che i confini siano negoziabili con i carri armati. Tre anni dopo, il conflitto non solo non è risolto, ma ha cristallizzato un principio pericoloso: se la forza funziona, verrà usata ancora. Le forniture militari occidentali, l’economia di guerra russa, l’assenza di un vero negoziato hanno trasformato l’Ucraina in un conflitto permanente, laboratorio di una nuova instabilità globale.
L’Iran e la miccia mediorientale
In Medio Oriente la tensione non si è mai realmente abbassata. Le manifestazioni in molte città iraniane sono una miccia dagli esiti incerti. Tra il 2024 e il 2025, raid mirati, attacchi indiretti e scontri nel Mar Rosso hanno riportato Iran al centro di un confronto sempre più esplicito con Stati Uniti e alleati. Ogni incidente viene gestito come evento isolato, ma il quadro è quello di una regione dove basta un errore di calcolo per trasformare una crisi locale in una guerra regionale, con conseguenze energetiche e strategiche globali. Nel Pacifico il conto alla rovescia è silenzioso ma costante. Le esercitazioni militari cinesi intorno a Taiwan, intensificate tra il 2024 e il 2025, hanno reso esplicita l’opzione militare di Cina. Pechino osserva attentamente: se l’Occidente tollera l’uso unilaterale della forza altrove, perché dovrebbe rispettare una linea rossa che considera storicamente artificiale?
L’ONU spettatrice e il diritto internazionale a intermittenza
In questo scenario, Organizzazione delle Nazioni Unite appare ridotta a una platea senza potere. Il Consiglio di Sicurezza resta paralizzato dai veti incrociati, incapace di prevenire, contenere o sanzionare. Il diritto internazionale viene evocato solo quando conviene, ignorato quando ostacola interessi strategici. La legalità non è più un principio, ma un’arma retorica.
L’ipocrisia russa e il cinismo globale
Emblematica è la reazione di Russia, pronta a parlare di «violazione del diritto internazionale» dopo l’attacco al Venezuela. È una dichiarazione che pesa come un macigno: arriva da chi ha riscritto i confini europei con la forza e continua a farlo. Ma il punto non è Mosca. È il sistema che consente a tutti di avere torto e ragione allo stesso tempo, senza conseguenze reali. Caracas, Kiev, Teheran, Taipei non sono crisi separate. Sono tasselli di uno stesso mosaico, quello di un ordine mondiale che ha smesso di credere alle proprie regole. Quando la forza diventa prassi e l’ipocrisia linguaggio diplomatico, il rischio non è una nuova guerra, ma una guerra permanente, diffusa, senza dichiarazioni formali e senza vie d’uscita. Il mondo non sta entrando in un conflitto globale: ci è già dentro, solo che finge ancora di non accorgersene.
