Roma, quando tornano i fantasmi degli anni di piombo

L’Italia ci è già passata. Prima intimidazioni, dopo le spedizioni punitive, poi le pallottole

roma quando tornano i fantasmi degli anni di piombo

C’è qualcosa di profondamente marcio in un Paese in cui si torna a sparare – o a menare – per appartenenza ideologica

Roma ferita. Roma nervosa. Roma che, di colpo, torna a parlare un linguaggio che pensavamo sepolto sotto decenni di memoria, processi, lutti. Aggressioni ai danni di militanti di destra. Colpi di proiettile esplosi contro la sede della CGIL a Primavalle. Episodi diversi, bersagli diversi, la stessa firma: la violenza politica che rialza la testa. E no, non sono “fatti isolati”. Questa formula rassicurante è diventata una foglia di fico. I segnali, quando arrivano così ravvicinati, quando parlano con le mani e con le armi, vanno chiamati per nome. E il nome fa paura. Perché l’Italia ci è già passata. Prima con le intimidazioni, poi con le spedizioni punitive, infine con il piombo vero. All’inizio nessuno voleva vedere il disegno complessivo. Tutti a ripetere che era solo rabbia, solo estremismo marginale, solo tensione sociale. Poi sono arrivati i funerali di Stato.

Oggi, nel cuore di Roma, tornano gesti che non hanno nulla di simbolico o folkloristico. Aggredire un militante per quello che pensa. Sparare contro una sede sindacale. È una linea che, una volta superata, non torna indietro da sola. È il punto in cui la politica smette di essere scontro di idee e diventa scontro fisico. Nemico, non avversario. Chi minimizza è complice. Chi giustifica “perché anche dall’altra parte…” è complice due volte. La violenza politica non ha colore quando comincia a colpire: divora tutto, anche chi crede di poterla controllare o usare come clava identitaria. C’è qualcosa di profondamente marcio in un Paese in cui si torna a sparare – o a menare – per appartenenza ideologica. È il segno di una frattura più profonda: istituzioni percepite come lontane, una politica che urla ma non ascolta, una memoria storica trattata come una noiosa parentesi da manuale scolastico.

E invece quella memoria dovrebbe gridare. Dovrebbe ricordarci che la spirale non si ferma mai al primo colpo, mai alla prima aggressione. Che ogni volta che si chiude un occhio, qualcuno impara che si può fare. Questo commento è schierato, sì. Dalla parte di chi rifiuta la violenza come strumento politico. Senza “ma”. Senza “però”. Senza equilibrismi vigliacchi. Perché non c’è equidistanza possibile tra chi argomenta e chi spara. Tra chi manifesta e chi aggredisce. Roma non merita di tornare un laboratorio dell’odio. L’Italia non può permettersi un’altra stagione di piombo, neanche in miniatura, neanche come farsa tragica di tempi peggiori.
I segnali sono brutti. Ignorarli sarebbe imperdonabile.