L’Italia si prepara a entrare nella missione internazionale per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più delicati al mondo per il traffico energetico globale. A Palazzo Chigi si segue con estrema attenzione l’evoluzione della tregua tra Stati Uniti, Iran e Israele, mentre al ministero della Difesa il piano operativo sarebbe già in fase avanzata.
Secondo fonti militari, il contingente italiano potrebbe coinvolgere circa 400 uomini e diversi assetti navali specializzati nello sminamento e nella protezione delle rotte commerciali.
I cacciamine italiani sono già partiti
Due unità della Marina Militare, il Crotone e il Rimini, hanno lasciato il porto di Augusta il 15 maggio e stanno attraversando il Mar Rosso in direzione del Golfo Persico.
Dopo il passaggio attraverso il Canale di Suez, le navi hanno effettuato una sosta tecnica a Safaga, in Egitto, prima di riprendere la navigazione verso Gibuti, nel Corno d’Africa, dove si trova la base italiana “Amedeo Guillet”, infrastruttura strategica per le operazioni nell’area.
Da lì, in condizioni meteo favorevoli, lo Stretto di Hormuz potrebbe essere raggiunto in meno di una settimana.
Le due unità sono progettate specificamente per la localizzazione e la neutralizzazione di mine navali. Ogni nave è equipaggiata con sonar avanzati e robot filoguidati destinati alle operazioni subacquee.
La condizione posta dal governo
Il governo italiano, però, non vuole esporsi senza una cornice politica e diplomatica chiara. Il via libera definitivo alla missione sarebbe subordinato alla tenuta del cessate il fuoco tra Washington e Teheran e alla formalizzazione di una tregua considerata sufficientemente stabile.
Inoltre sarà necessario il passaggio parlamentare. Secondo fonti della maggioranza, se nelle prossime ore dovesse consolidarsi l’accordo diplomatico tra Stati Uniti, Israele e Iran, il Parlamento potrebbe votare già questa settimana la risoluzione per autorizzare l’operazione.
La formula sarebbe quella già utilizzata in altre missioni internazionali: comunicazioni in Aula dei ministri della Difesa e degli Esteri seguite dal voto delle Camere.
Il ruolo della Nato e la protezione delle rotte energetiche
La pianificazione militare italiana si starebbe sviluppando in stretto coordinamento con gli alleati Nato e con gli altri Paesi pronti a partecipare alla missione di sicurezza navale nel Golfo.
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, avrebbe discusso il piano nei giorni scorsi durante il vertice dei vertici militari dell’Alleanza Atlantica.
L’obiettivo principale sarebbe quello di garantire la navigazione sicura delle petroliere e delle navi commerciali attraverso Hormuz, dove l’Iran avrebbe posizionato mine e altri dispositivi potenzialmente in grado di bloccare il traffico marittimo internazionale.
Le navi da guerra a protezione dei cacciamine
Le operazioni italiane non si limiterebbero allo sminamento. I cacciamine verrebbero infatti scortati da unità da combattimento dotate di sistemi di difesa aerea avanzata.
Tra le navi coinvolte potrebbe esserci il pattugliatore multiruolo Montecuccoli, supportato dalla nave logistica Atlante e dalla fregata Rizzo, già impegnata nell’operazione europea Aspides nel Mar Rosso.
La presenza della fregata servirebbe soprattutto a proteggere le unità italiane da possibili attacchi da parte di gruppi armati o milizie non statali attive nella regione.
La Farnesina punta sulla missione multilaterale
Anche il ministero degli Esteri conferma che la pianificazione è ormai avanzata. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che l’Italia potrebbe contribuire direttamente alle attività di sminamento e alla protezione della navigazione commerciale nell’ambito di una missione multilaterale internazionale.
Secondo Tajani, Roma metterebbe a disposizione l’esperienza maturata nelle missioni navali europee, in particolare nell’operazione Aspides, nata per proteggere il traffico mercantile nel Mar Rosso dagli attacchi degli Houthi.
La grande incognita resta il Libano
Sul piano diplomatico continua però a pesare una questione decisiva: l’eventuale estensione della tregua anche al Libano.
Secondo ambienti governativi italiani, gli Stati Uniti sarebbero favorevoli a un ampliamento del cessate il fuoco regionale. Molto meno scontata, invece, sarebbe la posizione di Israele, che continua a mantenere alta la pressione militare lungo il confine settentrionale.
Ed è proprio da questo equilibrio fragile che dipende anche la missione italiana nel Golfo. Perché senza una tregua realmente stabile, Hormuz rischia di trasformarsi da operazione di sicurezza internazionale in un nuovo fronte di guerra.
