Legge elettorale, sì della Camera: ora il testo passa al Senato

La riforma approvata a scrutinio segreto con 217 voti favorevoli, 152 contrari e due astenuti

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Primo via libera parlamentare alla nuova legge elettorale. Il voto arriva dopo lo scontro sulle preferenze e le tensioni nella maggioranza. La partita decisiva si sposta ora a Palazzo Madama

La Camera dei deputati ha approvato la riforma della legge elettorale con 217 voti favorevoli, 152 contrari e due astenuti. Il provvedimento, votato a scrutinio segreto, supera così il primo passaggio parlamentare e viene trasmesso al Senato, dove maggioranza e opposizioni torneranno a confrontarsi sull’impianto del nuovo sistema.

Il risultato consente al centrodestra di portare avanti una delle riforme politicamente più delicate della legislatura, ma non cancella le divisioni emerse durante l’esame a Montecitorio. Soltanto due giorni prima, infatti, il governo era stato battuto per un voto su un emendamento riguardante le preferenze: 187 deputati si erano espressi a favore e 188 contro, facendo emergere la presenza di franchi tiratori tra i gruppi della maggioranza.

Il voto segreto e i numeri dell’Aula

Il ricorso allo scrutinio segreto ha aggiunto incertezza alla votazione finale. In questo tipo di voto non è possibile ricostruire il comportamento dei singoli parlamentari e verificare con precisione la compattezza delle forze politiche.

Il margine ottenuto dal provvedimento è comunque sufficiente a garantire il passaggio al secondo ramo del Parlamento. Il confronto si sposta adesso a Palazzo Madama, dove il testo potrà essere confermato oppure modificato. Qualsiasi cambiamento imporrebbe un nuovo esame da parte della Camera, secondo il meccanismo della doppia approvazione conforme previsto per le leggi ordinarie.

La riforma e il premio di governabilità

Il progetto ridisegna il sistema utilizzato per eleggere deputati e senatori, superando l’attuale meccanismo misto del Rosatellum, che assegna una parte dei seggi nei collegi uninominali e la restante quota con metodo proporzionale.

Il nuovo impianto elimina gran parte dei collegi uninominali e concentra l’assegnazione dei seggi nelle circoscrizioni plurinominali. Il punto centrale è il premio di governabilità destinato alla coalizione capace di superare la soglia prevista dalla legge, fissata al 42 per cento. L’obiettivo dichiarato è favorire la formazione di una maggioranza stabile in entrambi i rami del Parlamento.

Qualora nessuna coalizione raggiungesse la soglia, i seggi verrebbero distribuiti con metodo proporzionale. Il premio scatterebbe soltanto in presenza dello stesso vincitore alla Camera e al Senato, una condizione pensata per evitare maggioranze politiche differenti tra i due rami parlamentari.

Lo scontro sulle preferenze

La discussione più aspra ha riguardato la possibilità per gli elettori di indicare direttamente i candidati. L’emendamento sostenuto da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc è stato respinto martedì 14 luglio per un solo voto, nonostante il sostegno esplicito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La bocciatura ha provocato forti tensioni nel centrodestra. La premier ha parlato della necessità di una riflessione interna, mentre le opposizioni hanno interpretato il risultato come il segnale di una maggioranza divisa su una riforma destinata a incidere direttamente sulle prossime elezioni politiche.

Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha indicato la possibilità di riaprire la questione durante l’esame a Palazzo Madama. Un eventuale nuovo intervento sulle preferenze renderebbe inevitabile il ritorno del testo alla Camera.

La battaglia politica si sposta al Senato

Il passaggio parlamentare non chiude quindi lo scontro. Le opposizioni contestano sia il premio di governabilità sia l’abbandono dei collegi uninominali, sostenendo che il nuovo sistema possa favorire eccessivamente la coalizione più forte e ridurre la possibilità degli elettori di scegliere i propri rappresentanti.

La maggioranza difende invece la riforma come uno strumento necessario per garantire governi più stabili e maggioranze riconoscibili già al momento del voto. Il confronto al Senato sarà decisivo anche per verificare se il centrodestra riuscirà a ricompattarsi dopo la sconfitta sulle preferenze.

L’obiettivo politico è completare l’iter prima della conclusione della legislatura. I tempi, tuttavia, dipenderanno dal calendario di Palazzo Madama, dal numero degli emendamenti e dall’eventuale scelta della maggioranza di modificare gli aspetti più controversi del testo.