Legge elettorale, intesa sulle preferenze: testo unitario al Senato

Tre scelte, capilista bloccati e tetto del 60% per genere: il centrodestra ricuce

legge elettorale intesa sulle preferenze testo unitario al senato

La maggioranza chiude l’accordo dopo il ko alla Camera. Il nuovo testo consentirà fino a tre scelte e manterrà i capilista nominati dai partiti. Ma ogni modifica imporrà un nuovo passaggio a Montecitorio

Due ore di confronto nella sede nazionale di Fratelli d’Italia hanno permesso al centrodestra di raggiungere l’intesa sul punto più controverso della nuova legge elettorale. La maggioranza presenterà al Senato, entro la scadenza del primo settembre, un emendamento unitario per introdurre le preferenze, mantenendo però i capilista bloccati scelti dai partiti.

La novità politica è nella firma comune. Alla Camera, il precedente emendamento era stato sottoscritto soltanto da Fratelli d’Italia, Udc e Noi Moderati, mentre Lega e Forza Italia avevano dato un sostegno arrivato soltanto nelle ore immediatamente precedenti al voto. Al Senato, invece, tutte le componenti della coalizione dovrebbero assumersi direttamente la responsabilità della proposta.

L’accordo raggiunto nella sede di FdI

Al tavolo hanno partecipato Giovanni Donzelli e Angelo Rossi per Fratelli d’Italia, il ministro Roberto Calderoli e Andrea Paganella per la Lega, Lorenzo Cesa per l’Udc, Alessandro Colucci per Noi Moderati, Stefano Benigni, Alessandro Battilocchio e il senatore Roberto Rosso per Forza Italia. Quest’ultimo ha seguito il negoziato per conto della capogruppo azzurra a Palazzo Madama, Stefania Craxi.

La mediazione prevede che l’elettore possa indicare fino a tre candidati della lista scelta. Il primo eletto resterebbe però il capolista indicato dal partito, mentre gli eventuali seggi successivi sarebbero attribuiti sulla base delle preferenze ottenute dagli altri candidati. È quindi un sistema misto, che conserva alle segreterie politiche la possibilità di garantire l’elezione di alcune figure considerate strategiche, ma restituisce agli elettori una capacità di scelta sugli altri parlamentari.

L’elemento aggiunto rispetto al testo bocciato a Montecitorio riguarda l’equilibrio tra uomini e donne. I capilista dovranno essere distribuiti nel rispetto dell’alternanza di genere e nessuno dei due generi potrà superare il 60 per cento delle posizioni complessive. La soluzione cerca di rispondere alle critiche sulla possibilità che i posti sicuri restassero concentrati prevalentemente su candidati uomini.

La ferita del voto alla Camera

L’accordo nasce dal risultato del 14 luglio, quando la maggioranza era stata battuta per un solo voto. L’emendamento sulle preferenze aveva ottenuto 187 sì e 188 no, al termine di uno scrutinio segreto richiesto dalle opposizioni. Il risultato aveva fatto emergere la presenza di franchi tiratori nel centrodestra, nonostante l’adesione formale di Lega e Forza Italia alla proposta.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva ammesso che mancavano voti anche nella maggioranza e aveva invitato la coalizione a una riflessione. Le opposizioni avevano invece trasformato la bocciatura in un caso politico, chiedendo al governo di prendere atto della sconfitta e accusando il centrodestra di non disporre più di una maggioranza compatta sulle regole elettorali.

Il nuovo emendamento serve quindi anche a cancellare quella battuta d’arresto. La firma di tutti i partiti dovrebbe rendere più difficile il ripetersi di defezioni, ma non elimina completamente il rischio del voto segreto, soprattutto quando il provvedimento tornerà alla Camera.

Come cambierebbe il voto

Il testo approvato in prima lettura da Montecitorio non prevede attualmente preferenze. Gli elettori voterebbero liste bloccate in collegi plurinominali e i nomi degli eletti dipenderebbero dall’ordine stabilito dai partiti. Anche i seggi assegnati con il premio di maggioranza sarebbero distribuiti attraverso listini circoscrizionali prestabiliti.

L’emendamento concordato dal centrodestra modificherebbe questo impianto senza cancellare la funzione dei capilista. L’elettore non potrebbe decidere il primo rappresentante della lista, ma concorrerebbe a scegliere gli altri. I sostenitori della soluzione la presentano come un compromesso tra due esigenze: garantire ai partiti una quota di selezione della propria rappresentanza parlamentare e ridurre la distanza tra elettori ed eletti.

I critici parlano invece di preferenze depotenziate. Nei collegi in cui una lista conquisterà un solo seggio, infatti, sarà eletto soltanto il capolista bloccato e le crocette assegnate agli altri candidati non produrranno alcun risultato. Il peso effettivo delle preferenze dipenderà quindi dalla dimensione delle circoscrizioni e dal numero di seggi ottenuti da ciascuna forza politica.

Premio di maggioranza e soglia del 42 per cento

La disputa sulle preferenze è soltanto una parte della riforma. Il nuovo sistema, ribattezzato “Stabilicum” dalla maggioranza e “Melonellum” dalle opposizioni, sostituisce il modello misto del Rosatellum con un impianto prevalentemente proporzionale accompagnato da un premio fisso.

La lista o la coalizione più votata riceverebbe 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, ma soltanto raggiungendo almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le assemblee. Se la soglia non fosse superata anche in uno solo dei due rami del Parlamento, il premio non verrebbe assegnato e tutti i seggi sarebbero distribuiti proporzionalmente.

Sono previsti anche limiti massimi: la coalizione vincente non potrebbe superare 220 deputati e 113 senatori. La soglia è stata innalzata rispetto alla proposta iniziale, mentre è stato eliminato il ballottaggio ipotizzato nelle prime versioni della riforma.

Il centrodestra sostiene che il premio possa favorire la stabilità e rendere immediatamente riconoscibile una maggioranza di governo. Le opposizioni contestano invece un meccanismo costruito attorno all’attuale assetto delle coalizioni e sottolineano che neppure il superamento del 42 per cento garantirebbe automaticamente una maggioranza autosufficiente, a causa del tetto massimo dei seggi e della diversa distribuzione territoriale tra Camera e Senato.

Le opposizioni non hanno una posizione unica

Il fronte contrario alla riforma resta unito nella critica al metodo, ma non sulla legge elettorale alternativa. Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno accusato la maggioranza di riscrivere unilateralmente le regole del voto e hanno celebrato la bocciatura dell’emendamento alla Camera come la prova delle divisioni interne al governo.

Sul merito, però, le distanze restano. Il Movimento 5 Stelle ha presentato una proposta proporzionale con preferenze. Azione ha indicato un sistema proporzionale con un premio molto più limitato, da attribuire soltanto a chi superi il 50 per cento. Altre forze centriste si sono dichiarate favorevoli al ritorno delle preferenze, pur contestando il mantenimento dei capilista bloccati e l’ampiezza del premio.

Anche la discussione sulle preferenze divide trasversalmente i partiti. Per alcuni rappresentano lo strumento più diretto per restituire potere agli elettori dopo anni di liste bloccate. Per altri aumentano il peso delle campagne personali, i costi elettorali e le reti locali di consenso, favorendo candidati dotati di maggiore capacità finanziaria o organizzativa.

Il nuovo passaggio alla Camera

Il termine per presentare gli emendamenti al Senato è fissato alle ore 12 del primo settembre. L’esame parlamentare riprenderà subito dopo la pausa estiva e la maggioranza punta a chiudere il voto a Palazzo Madama nella prima metà del mese.

L’approvazione dell’emendamento sulle preferenze comporterebbe però una terza lettura. Il testo dovrebbe tornare alla Camera, proprio dove la proposta è già stata bocciata. Sarà quello il passaggio politicamente più delicato, perché il centrodestra dovrà dimostrare di avere ricomposto le divisioni e di poter sostenere la nuova formulazione senza altre sorprese.

L’intesa raggiunta dagli sherpa chiude per ora il conflitto interno, ma non conclude la partita. Restano da verificare il testo normativo definitivo, le modalità di applicazione dell’alternanza di genere, il funzionamento delle preferenze multiple e soprattutto la tenuta della maggioranza nei due voti parlamentari ancora necessari.

La legge elettorale entra così nel passaggio decisivo. Il centrodestra ha trovato un accordo politico sulla scelta dei candidati, ma dovrà ora trasformarlo in una norma tecnicamente coerente e capace di superare il Parlamento. Il vero banco di prova non sarà il deposito del primo settembre, ma il ritorno a Montecitorio, dove una sola croce, questa volta espressa da un deputato, ha già fermato la riforma una volta.