Lega, la rivolta contro Salvini si allarga dal Piemonte al Veneto

Dopo la Lombardia cresce il malessere nel Nord. Dal Piemonte viene chiesto al leader un «passo di la

lega la rivolta contro salvini si allarga dal piemonte al veneto

In Piemonte Massimo Giordano chiede un cambio di rotta, mentre in Veneto cresce la pressione dell'area vicina a Luca Zaia. I fedelissimi di Matteo Salvini reagiscono e serrano i ranghi

La fronda nella Lega non è più soltanto una questione lombarda. Dopo lo scontro esploso nel direttivo regionale della Lombardia, il malessere nei confronti della linea di Matteo Salvini emerge anche in Piemonte e Veneto, due territori decisivi nella storia e nell'identità politica del Carroccio. Al centro della contestazione c'è soprattutto la richiesta di recuperare il profilo nordista e autonomista del partito, accompagnata ormai da critiche sempre meno indirette alla leadership del segretario.

In Piemonte il confronto è rimasto a lungo confinato nelle strutture interne. Il segretario regionale Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, ha cercato di governare le tensioni senza trasformarle in uno scontro pubblico. Ma l'effetto prodotto dalle polemiche lombarde sta facendo emergere posizioni che fino a poche settimane fa venivano discusse soprattutto nelle riunioni di partito.

Dal Piemonte la richiesta di cambiare rotta

Una delle prese di posizione più nette arriva da Massimo Giordano, segretario provinciale della Lega a Novara, già sindaco della città e assessore regionale. Giordano ha riferito di aver invitato, insieme ad altri esponenti del partito, Molinari a chiedere direttamente a Salvini una correzione della linea politica.

La richiesta è quella di «tornare a una Lega nordista» attraverso un cambiamento profondo. Giordano va oltre la critica alla strategia e indica anche un problema di leadership: a suo giudizio sarebbe necessario un «passo di lato» di Salvini, che potrebbe concentrarsi maggiormente sull'attività di governo lasciando ad altri la gestione quotidiana del partito.

È un passaggio politicamente rilevante perché arriva da un'altra delle roccaforti settentrionali dopo la contestazione maturata in Lombardia. Non si tratta ancora di una sfida organizzata su scala nazionale, ma le critiche iniziano a convergere su alcuni punti comuni: il peso eccessivo del leader, l'indebolimento della rappresentanza territoriale e la necessità di recuperare il rapporto con l'elettorato storico del Nord.

Il ruolo di Molinari

La posizione di Riccardo Molinari resta più prudente. Il dirigente piemontese non si è schierato pubblicamente per una sostituzione del segretario, ma negli ultimi mesi ha segnalato più volte la necessità di correggere la traiettoria politica della Lega.

Uno dei nodi è lo spostamento verso una destra nazionale che, secondo l'area nordista, avrebbe progressivamente indebolito i temi originari del movimento, dall'autonomia al federalismo fino alla rappresentanza degli interessi produttivi settentrionali. Molinari aveva già riportato il federalismo al centro del dibattito congressuale del partito, presentando nel 2025 una mozione dedicata proprio ad autonomia, federalismo e sovranità popolare.

Sul fondo resta inoltre la questione aperta dall'esperienza politica di Roberto Vannacci, che ha contribuito a rendere più evidente il confronto sull'identità della Lega. Per una parte dei dirigenti settentrionali, la rincorsa a un elettorato collocato più nettamente a destra avrebbe allontanato il partito dal suo tradizionale radicamento territoriale.

Il fronte veneto e l'ombra di Zaia

Lo stesso problema attraversa il Veneto, dove il peso politico dell'ex governatore Luca Zaia continua a rappresentare un punto di riferimento per una parte consistente della base e degli amministratori locali.

Nel partito regionale la posizione del commissario Andrea Tomaello, scelto nell'aprile scorso e vicino al governatore Alberto Stefani, viene osservata con crescente attenzione. L'area legata a Zaia spinge per un maggiore riconoscimento della componente autonomista e territoriale, mentre Salvini cerca di mantenere il controllo attraverso il gruppo dirigente a lui più vicino.

Il Veneto assume così un'importanza particolare nello scontro interno. Qui la Lega ha costruito per anni uno dei suoi modelli amministrativi più forti e il consenso personale accumulato da Zaia continua a pesare negli equilibri del partito. La discussione sulla leadership nazionale si intreccia quindi con una questione più profonda: quale Lega debba rappresentare il Nord dopo la trasformazione nazionale avviata durante la segreteria Salvini.

I salviniani serrano i ranghi

Di fronte alla crescita delle contestazioni, l'area fedele al segretario risponde chiedendo unità. L'eurodeputata Susanna Ceccardi ha difeso apertamente Salvini, sostenendo che il partito sia fortunato ad avere l'attuale segretario e accusando chi alimenta le divisioni interne di indebolire la Lega.

È la linea con cui il gruppo salviniano prova a contenere un dissenso che ormai attraversa più territori. L'ipotesi di allargare la squadra dirigente, evocata dallo stesso leader, potrebbe non essere sufficiente per i contestatori, che chiedono una redistribuzione reale del potere interno e non soltanto un maggiore coinvolgimento degli amministratori.

La questione, a questo punto, supera i singoli direttivi regionali. Lombardia, Piemonte e Veneto mostrano segnali diversi dello stesso disagio. Non esiste ancora un fronte unitario capace di mettere formalmente in discussione la segreteria, ma il dissenso territoriale sta assumendo una dimensione politica nazionale.

Per Matteo Salvini la sfida sarà evitare che le diverse contestazioni si saldino in una corrente organizzata. Per i suoi critici, invece, il passaggio decisivo sarà trasformare il malumore in una proposta alternativa sulla leadership e sull'identità del partito. È su questo terreno che si giocherà la prossima fase della resa dei conti nel Carroccio.