Addio a Emma Bonino, la radicale che fece dei diritti una vita

È morta a 78 anni la leader di +Europa: mezzo secolo tra libertà civili, Europa e battaglie radicali

addio a emma bonino la radicale che fece dei diritti una vita

Dall’aborto alla pena di morte, dalla Commissione europea alla Farnesina: Emma Bonino ha attraversato cinquant’anni di politica italiana senza separare mai militanza e istituzioni. Con Marco Pannella un sodalizio irripetibile

Emma Bonino è morta a 78 anni. La notizia è stata annunciata l’11 settembre da +Europa, il partito che aveva contribuito a fondare e del quale era rimasta il riferimento politico più riconoscibile. La sua morte arriva dopo giorni difficili. Il 7 settembre era stata ricoverata in codice rosso all’ospedale Santo Spirito di Roma per una grave crisi respiratoria. Dopo la terapia intensiva, il 10 settembre era stata trasferita in una struttura privata, con un quadro clinico ancora definito delicato.

Se ne va una protagonista difficilmente collocabile nelle categorie tradizionali della politica italiana. Radicale prima ancora che per appartenenza di partito, Bonino ha costruito la propria storia sull'idea che i diritti individuali non potessero aspettare i tempi prudenti della politica. Ha conosciuto le piazze e le aule parlamentari, gli arresti per disobbedienza civile e i vertici europei, i digiuni e la diplomazia internazionale. Una biografia nella quale l'attivismo non è mai stato il passato da archiviare una volta entrati nelle istituzioni.

L’aborto e l’ingresso nella politica radicale

Nata a Bra, in provincia di Cuneo, il 9 marzo 1948, Emma Bonino arrivò alla politica nazionale nella prima metà degli anni Settanta, quando l'Italia era attraversata dalle grandi battaglie sui diritti civili. Il referendum sul divorzio del 1974 aveva già mostrato che il Paese reale poteva cambiare più velocemente delle sue classi dirigenti. Per lei la battaglia decisiva fu quella contro l'aborto clandestino.

Nel 1975 aderì al Partito Radicale e si espose personalmente nelle iniziative di disobbedienza civile. Si autodenunciò per procurato aborto e fu arrestata. L'obiettivo era precisamente quello di trasformare ciò che avveniva clandestinamente, soprattutto sulla pelle delle donne con meno possibilità economiche, in una questione politica pubblica. Nel 1978 sarebbe arrivata la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza.

Nel 1976, a 28 anni, entrò per la prima volta alla Camera dei deputati. Da allora la politica sarebbe diventata il filo continuo della sua vita, ma senza mai cancellare il metodo delle origini: campagne referendarie, provocazioni, scioperi della fame, iniziative nonviolente e la convinzione che anche una piccola minoranza potesse costringere una maggioranza a discutere ciò che preferiva ignorare.

Marco Pannella, il compagno di una vita politica

Al centro di quella storia c'è inevitabilmente Marco Pannella. Furono alleati, complici, talvolta rivali. Per decenni i loro nomi sembrarono inseparabili. Dal carcere ai referendum, dall'antiproibizionismo alla giustizia, dalle condizioni dei detenuti alla pena di morte, fino al federalismo europeo, condivisero una concezione della politica nella quale il gesto personale aveva senso soltanto se serviva a rendere visibile un diritto negato.

Il rapporto si incrinò negli ultimi anni della vita di Pannella. Una frattura che Bonino disse di non avere mai compreso fino in fondo e che le lasciò una ferita personale. Eppure, ancora nel maggio 2026, a dieci anni dalla morte del leader radicale, ne parlava senza rinnegare nulla: «Marco ha segnato la mia vita come nessun altro». Lo definì, con i suoi modi e le sue contraddizioni, un «padre della Patria».

Era forse questa la natura più profonda del loro sodalizio: non l'identità assoluta delle posizioni, ma una comune insofferenza verso l'immobilismo. Entrambi ritenevano che il Parlamento, il referendum e la disobbedienza civile potessero essere parti della stessa battaglia democratica.

Dall’Italia all’Europa

La carriera di Bonino non rimase confinata alle battaglie italiane. Dal 1995 al 1999 fu commissaria europea nella Commissione guidata da Jacques Santer, occupandosi tra l'altro di aiuti umanitari e pesca. Furono gli anni delle crisi nei Balcani e nell'Africa dei Grandi Laghi, durante i quali costruì una dimensione internazionale della propria attività politica.

Si impegnò per la giustizia penale internazionale, contro la pena di morte, contro le mutilazioni genitali femminili e nella difesa dei diritti delle donne. Il passaggio dalle campagne radicali alle istituzioni europee non modificò il suo linguaggio politico: cambiavano gli strumenti, non l'idea secondo cui i diritti dovessero valere indipendentemente dal luogo di nascita o dalla convenienza dei governi.

Nel secondo governo Romano Prodi, dal 2006 al 2008, fu ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee. Dal 2008 al 2013 ricoprì la carica di vicepresidente del Senato. Nel 2013 Enrico Letta la volle alla Farnesina, dove rimase fino alla conclusione del suo governo nel febbraio 2014. Una traiettoria istituzionale costruita senza mai trasformarsi in un'esponente tradizionale di apparato.

La malattia e quelle sigarette mai abbandonate

Nel gennaio 2015 annunciò pubblicamente di avere un microcitoma al polmone sinistro. Lo fece a Radio Radicale, senza ritirarsi dalla vita politica. Le cure sarebbero durate anni. Nel 2023 comunicò che il tumore era in remissione completa, dopo un percorso iniziato otto anni prima.

Non smise di fumare. La sigaretta, diventata quasi parte della sua immagine pubblica, rimase con lei anche quando i problemi respiratori iniziarono a farsi più pesanti. A chi cercava di convincerla rispondeva che non voleva prediche. Una scelta personale ostinata, persino difficile da comprendere alla luce della malattia, ma coerente con quella rivendicazione radicale dell'autodeterminazione che aveva applicato innanzitutto a se stessa.

Negli ultimi anni i ricoveri si erano fatti più frequenti. La crisi respiratoria dei primi giorni di settembre 2026 aveva nuovamente fatto temere per le sue condizioni. Era rimasta cosciente e vigile durante il ricovero al Santo Spirito e il trasferimento fuori dalla terapia intensiva, appena un giorno prima della morte, aveva fatto sperare in un nuovo recupero.

Un’eredità che attraversa la Repubblica

Ridurre Emma Bonino a una singola battaglia sarebbe impossibile. Aborto, giustizia, carceri, eutanasia, droghe, pena di morte, immigrazione, diritti delle donne, federalismo europeo: ha sostenuto cause molto diverse, alcune diventate maggioritarie con il passare del tempo, altre ancora oggi divisive.

È stata anche una politica capace di attraversare mondi lontanissimi. Ha dialogato con governi di colore diverso, con leader europei e con avversari ideologici, rimanendo quasi sempre estranea alla disciplina delle appartenenze tradizionali. È proprio qui che si trova una parte consistente della sua eredità: nell'idea che il consenso non debba necessariamente precedere una battaglia e che, qualche volta, la politica debba cominciare esattamente dal punto nel quale la maggioranza preferirebbe non guardare.

Con la morte di Emma Bonino si chiude uno degli ultimi capitoli viventi della stagione radicale che, tra gli anni Settanta e Ottanta, contribuì a modificare profondamente il costume e il diritto italiano. Dopo Marco Pannella, scompare l'altra figura che più di ogni altra aveva dato un volto a quel metodo politico fatto di minoranze ostinate, referendum, disobbedienza civile e istituzioni utilizzate come luogo di conquista dei diritti.