L’immagine del parlamentare “nominato” dal capo del partito nasce politicamente con il Porcellum, ma la sua origine normativa è precedente. Per trovare la prima comparsa delle liste bloccate nelle elezioni politiche della Repubblica bisogna infatti risalire al 1993, alla stagione del Mattarellum e al governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi.
La distinzione è importante. Nel 1993 il meccanismo riguardava soltanto una parte dei deputati. Nel 2005, con il governo Silvio Berlusconi III, diventò invece la regola generale per l’elezione sia della Camera sia del Senato. È da quel momento che l’espressione “Parlamento dei nominati” entra stabilmente nel lessico politico italiano.
Prima del Mattarellum c’erano le preferenze
Per gran parte della Prima Repubblica l’elezione della Camera dei deputati avvenne con un sistema proporzionale nel quale l’elettore poteva scegliere non soltanto il partito, ma anche i candidati attraverso il voto di preferenza. Dopo il referendum del 1991 le preferenze furono ridotte a una sola, ma il principio rimase: all’interno della lista il cittadino poteva concorrere a stabilire chi sarebbe stato eletto.
Al Senato il sistema era differente. Il territorio era suddiviso in collegi uninominali. Per essere eletto direttamente serviva una soglia molto elevata, il 65 per cento dei voti; i seggi rimasti venivano poi distribuiti con un recupero proporzionale su base regionale. Anche qui, tuttavia, il voto era legato a candidati individualmente identificabili.
Il rapporto tra elettore ed eletto, dunque, poteva essere mediato dai partiti, ma non esisteva ancora il modello nel quale il partito stabiliva una graduatoria immodificabile di candidati e l’elettore poteva soltanto accettarla in blocco.
La svolta del 1993 e il governo Ciampi
La cesura arriva dopo il referendum elettorale del 18 aprile 1993. Il Parlamento approva nell’agosto successivo le leggi numero 276 e 277, passate alla storia come Mattarellum, dal nome del relatore alla Camera Sergio Mattarella.
A Palazzo Chigi c’era il governo Ciampi, insediatosi nell’aprile dello stesso anno nel pieno della crisi della Prima Repubblica.
Il nuovo sistema era prevalentemente maggioritario. Il 75 per cento dei seggi veniva attribuito attraverso collegi uninominali: in ciascun collegio gli elettori conoscevano i candidati e vinceva chi prendeva più voti.
Ma per il restante 25 per cento della Camera venne introdotto un sistema proporzionale basato su liste circoscrizionali senza voto di preferenza. L’elettore sceglieva la lista e i candidati venivano eletti secondo l’ordine stabilito al momento della presentazione.
È qui che compare, per la prima volta nelle elezioni politiche della Repubblica, la lista bloccata per l’elezione dei deputati.
Il dato va però letto nelle sue dimensioni. Con il Mattarellum tre deputati su quattro venivano comunque scelti nei collegi uninominali. La componente bloccata interessava soltanto il quarto proporzionale della Camera. Al Senato il recupero proporzionale seguiva invece un sistema fondato sui candidati dei collegi e sui risultati da essi ottenuti.
Perciò, alla domanda su quale governo abbia introdotto per la prima volta la possibilità di eleggere parlamentari attraverso liste bloccate, la risposta è: governo Ciampi, 1993. Se invece si domanda quando il sistema sia stato esteso tanto ai deputati quanto ai senatori fino a diventare dominante, la risposta cambia: governo Berlusconi III, 2005.
Il Porcellum e la nascita del Parlamento dei “nominati”
La vera trasformazione avviene con la legge numero 270 del 21 dicembre 2005, legata al nome dell’allora ministro Roberto Calderoli e successivamente battezzata Porcellum.
Il governo in carica era il Berlusconi III.
La riforma cancellò i collegi uninominali del Mattarellum e introdusse un sistema proporzionale con premio di maggioranza. Soprattutto eliminò la possibilità per l’elettore di scegliere il singolo candidato.
Sulla scheda si votava il simbolo del partito. I candidati erano inseriti in lunghe liste secondo un ordine deciso preventivamente dalle forze politiche. Se una lista conquistava, per esempio, cinque seggi in una determinata circoscrizione, venivano eletti i primi cinque nomi stabiliti dal partito.
A quel punto la collocazione in lista divenne spesso decisiva quanto, se non più, del voto. Essere inseriti in una posizione considerata “sicura” poteva equivalere nei fatti a una fortissima probabilità di entrare in Parlamento.
È questo il passaggio che trasformò una tecnica già utilizzata marginalmente dal Mattarellum nel fenomeno politico dei cosiddetti “nominati”.
La Consulta boccia il Porcellum, non tutte le liste bloccate
Nel 2014 interviene la Corte costituzionale. Con la sentenza numero 1 dichiara illegittime parti fondamentali del Porcellum, compreso il sistema che impediva all’elettore qualsiasi scelta sui candidati attraverso liste molto lunghe.
La Consulta sottolinea che, in quelle condizioni, la scelta dei rappresentanti veniva sostanzialmente rimessa ai partiti e all’ordine da essi stabilito nelle candidature.
Ma la sentenza contiene una precisazione fondamentale ancora oggi. Le liste bloccate non sono incostituzionali in assoluto. Possono essere compatibili con la Costituzione quando sono sufficientemente corte e quando il numero dei candidati consente all’elettore di conoscerli realmente.
È proprio questo principio che consentirà alle liste bloccate di sopravvivere nelle successive leggi elettorali.
Dall’Italicum al Rosatellum
Nel 2015, durante il governo Matteo Renzi, arriva l’Italicum. Il sistema prevedeva capilista bloccati e preferenze per gli altri candidati. Era destinato alla sola Camera e non venne mai utilizzato per un’elezione politica nella configurazione originaria, anche a causa della bocciatura della riforma costituzionale del 2016 e del successivo intervento della Consulta.
Nel 2017, con il governo Paolo Gentiloni, viene approvato il Rosatellum, la legge con cui si è votato nel 2018 e nel 2022. Ritorna un sistema misto: una parte dei parlamentari viene scelta nei collegi uninominali, mentre la parte proporzionale passa attraverso liste corte ma bloccate.
L’elettore, quindi, torna a vedere sulla scheda candidati uninominali riconoscibili, ma continua a non poter esprimere preferenze sui candidati delle liste proporzionali.
Il Melonellum riapre la questione
Ed è esattamente questo il nodo tornato oggi al centro dello scontro sul cosiddetto Melonellum. Il disegno di legge, già approvato dalla Camera il 16 luglio, è ora all’esame del Senato. Il testo trasmesso da Montecitorio elimina gran parte dei collegi uninominali e costruisce un sistema prevalentemente proporzionale, con un premio di governabilità di 70 deputati e 35 senatori per la lista o coalizione che raggiunga almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere.
Il testo arrivato in Aula prevede inoltre il voto senza preferenze e liste bloccate. Proprio sulle preferenze la maggioranza ha aperto un confronto interno e in Commissione è stato approvato un emendamento, ma l’esame referente non è stato concluso. Il Senato ha quindi incardinato il provvedimento partendo formalmente dal testo approvato dalla Camera. La votazione finale è prevista, secondo il calendario parlamentare, per il 15 settembre.
Il filo storico, dunque, porta a una conclusione meno immediata di quella suggerita dal nome Porcellum. Le liste bloccate nascono con il Mattarellum del 1993 e con il governo Ciampi, limitatamente alla quota proporzionale della Camera. Il Porcellum del 2005, approvato durante il governo Berlusconi III, le trasforma invece nel sistema generale per scegliere deputati e senatori, privando l’elettore della possibilità di indicare direttamente il candidato.
È da allora che la parola “nominati”, pur non avendo alcun significato giuridico, descrive una questione politica che l’Italia non ha più davvero risolto: chi deve avere l’ultima parola sui nomi che entrano in Parlamento, il cittadino oppure il partito che stabilisce l’ordine delle candidature?
