Addio a Sandro Mazzola, leggenda dell’Inter e del calcio italiano

È morto a 83 anni il simbolo della Grande Inter e campione d’Europa con la Nazionale

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Una vita in nerazzurro, i trionfi con Herrera e l’Azzurro. Ma dietro il campione rimase sempre Sandrino, il bambino che perse papà Valentino nella tragedia di Superga.

È morto a 83 anni Sandro Mazzola, uno dei grandi protagonisti del calcio italiano del Novecento, simbolo della Grande Inter e della Nazionale italiana. La notizia della sua scomparsa è stata annunciata dall’Inter, il club al quale aveva legato praticamente tutta la propria vita sportiva, prima sul campo e poi da dirigente.

«È stato uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra», ha scritto il club nel ricordo pubblicato dopo la notizia della morte. Parole che raccontano la dimensione raggiunta da un giocatore capace di attraversare un’epoca e di diventare uno dei volti più riconoscibili del calcio italiano.

Mazzola ha vestito soltanto la maglia dell’Inter nella sua carriera da calciatore, dal 1960 al 1977. Diciassette stagioni nelle quali conquistò quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, diventando uno dei simboli della squadra costruita da Helenio Herrera. Con la Nazionale italiana collezionò 70 presenze e 22 reti e fece parte dell’Italia campione d’Europa nel 1968.

Quel cognome e l’ombra di Superga

Prima ancora che un’eredità sportiva, quello di Mazzola era un cognome enorme da portare. Suo padre era Valentino Mazzola, capitano e simbolo del Grande Torino, morto nella tragedia di Superga il 4 maggio 1949. Sandro aveva appena sei anni. Il fratello Ferruccio era ancora più piccolo.

Il rapporto con quella figura paterna rimase una presenza silenziosa per tutta la sua vita. Valentino aveva lasciato la famiglia per un’altra donna e Sandro e Ferruccio erano rimasti con la madre. Ma la distanza familiare e poi la morte trasformarono quel padre in qualcosa che accompagnò Sandro ben oltre l’infanzia.

Lo raccontò lui stesso ricordando il giorno del debutto in Serie A, contro la Juventus, a Torino, nel 1961. Durante il viaggio verso lo stadio vide dal pullman la basilica di Superga e sentì tremare le gambe. Aveva trascorso dodici anni convincendosi, in qualche modo, dell’assenza del padre. In quel momento comprese che quell’assenza non se n’era mai veramente andata.

Fu un debutto fuori da ogni copione. Il 10 giugno 1961 l’Inter schierò a Torino una formazione giovanissima nella contestata ripetizione della sfida con la Juventus. Finì 9-1 per i bianconeri, ma il gol nerazzurro portò proprio la firma di quel ragazzo destinato a diventare uno dei più importanti calciatori della storia del club.

La Grande Inter e le notti d’Europa

Con Helenio Herrera arrivò la consacrazione. Mazzola aveva velocità, tecnica, capacità di inserirsi e un istinto per la porta che lo rendevano perfetto per il calcio della Grande Inter. Poteva essere mezzala, attaccante, rifinitore. Più semplicemente, era uno di quei giocatori ai quali risultava difficile assegnare un solo compito.

La notte che lo consegnò definitivamente alla storia fu quella del 27 maggio 1964 al Prater di Vienna. In finale di Coppa dei Campioni l’Inter affrontò il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás e Francisco Gento. Mazzola segnò due volte nel 3-1 che consegnò ai nerazzurri la prima Coppa dei Campioni della loro storia.

Un anno dopo l’Inter vinse nuovamente il trofeo, questa volta a San Siro, contro il Benfica. A quelle due Coppe dei Campioni si aggiunsero due Coppe Intercontinentali. Mazzola divenne così uno dei volti di una squadra capace di portare il calcio italiano sul tetto d’Europa e del mondo.

Nel 1971 arrivò anche il secondo posto nel Pallone d’Oro, alle spalle di Johan Cruyff, un riconoscimento che racconta meglio di molti numeri la dimensione internazionale raggiunta dal campione nerazzurro.

L’Azzurro e la staffetta con Rivera

La sua storia è inseparabile anche dalla Nazionale. Mazzola partecipò a tre Mondiali e fu protagonista dell’Italia che vinse il campionato europeo del 1968. Due anni più tardi, ai Mondiali in Messico, la sua convivenza tattica con Gianni Rivera diventò uno dei grandi temi del calcio italiano.

Nacque la celebre “staffetta”: Mazzola giocava generalmente il primo tempo, Rivera il secondo. Una soluzione scelta dal commissario tecnico Ferruccio Valcareggi per gestire due campioni che rappresentavano anche le due grandi anime calcistiche di Milano, quella nerazzurra e quella rossonera. Quell’Italia arrivò fino alla finale, persa contro il Brasile di Pelé.

La rivalità con Rivera finì per diventare il simbolo di un’epoca. Due fuoriclasse profondamente diversi per caratteristiche e interpretazione del gioco, accomunati dall’essere diventati riferimenti di una generazione.

Una sola maglia

Mazzola lasciò il calcio giocato nel 1977 senza avere mai indossato un’altra maglia di club. Dopo il ritiro rimase nel mondo del pallone, lavorando anche come dirigente dell’Inter e successivamente del Genoa e del Torino, la società alla quale il nome della sua famiglia resterà legato per sempre. Negli anni successivi diventò anche commentatore e opinionista televisivo.

Ma per gli interisti Sandro Mazzola è rimasto soprattutto quello con la maglia nerazzurra addosso. Il ragazzo cresciuto portando sulle spalle un cognome che sembrava impossibile da sostenere e che riuscì invece a costruirsi una storia propria.

Il figlio di Valentino diventò semplicemente Sandro. Campione d’Europa con l’Italia, protagonista della Grande Inter, avversario dei più forti giocatori del suo tempo. Eppure, dietro le coppe e i gol, rimase sempre anche quel bambino che aveva perso troppo presto suo padre.

Quel bambino che, passando sotto Superga prima della sua prima partita in Serie A, alzò gli occhi e capì che Valentino Mazzola non se n’era mai davvero andato.