Morto Jesse Jackson, il reverendo dei diritti civili: aveva 84 anni

Due volte candidato alla Casa Bianca, lottava da anni con il Parkinson

morto jesse jackson il reverendo dei diritti civili aveva 84 anni

Leader storico accanto a Martin Luther King, protagonista di sessant’anni di battaglie per l’emancipazione degli afroamericani e negoziatore in crisi internazionali. I figli: «Una vita al servizio degli oppressi e dei senza voce»

L’annuncio dei figli e l’addio a un simbolo. È morto a 84 anni Jesse Jackson, reverendo battista e figura simbolo del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. A dare la notizia sono stati i figli, ricordandolo come «un leader al servizio della comunità, non solo della nostra famiglia, ma anche degli oppressi, dei senza voce e degli emarginati in tutto il mondo». Da tempo combatteva con una malattia neurodegenerativa, diagnosticata nel 2017 come Parkinson, che negli ultimi anni ne aveva progressivamente indebolito le condizioni fisiche.

Con lui scompare uno degli ultimi grandi protagonisti della stagione che cambiò l’America, tra marce, arresti, campagne elettorali e missioni diplomatiche in giro per il mondo.

L’arresto a 19 anni e l’inizio dell’impegno

La sua storia pubblica comincia il 17 luglio 1960, a Greenville, in South Carolina. Jesse Jackson ha 19 anni quando entra con altri attivisti in una biblioteca pubblica riservata ai bianchi. Viene arrestato. È l’America ancora segregata dell’era Eisenhower, mentre John Kennedy è in campagna elettorale contro Richard Nixon. Quel gesto segna l’inizio di un impegno che durerà oltre sessant’anni.

Diventa presto uno dei collaboratori più vicini di Martin Luther King, partecipando alla marcia di Selma del 1965, momento cruciale che porterà al Voting Rights Act sostenuto dal presidente Lyndon Johnson. L’anno successivo King gli affida una missione delicata a Chicago: promuovere il riscatto sociale ed economico degli afroamericani. Nasce così Operation Breadbasket, prima esperienza di un attivismo che intreccia diritti civili e giustizia economica.

Operation PUSH e la Rainbow Coalition

Dal 1971 al 1986 guida Operation PUSH, acronimo di “People United to Save Humanity”, organizzazione impegnata nella promozione culturale e imprenditoriale della comunità nera. In seguito fonda la Rainbow Coalition, con l’obiettivo di costruire un’alleanza ampia tra minoranze e classi popolari. Il suo attivismo si estende ben oltre la questione razziale, includendo la lotta contro la povertà, la discriminazione e l’esclusione sociale. Nel 2000 riceve dal presidente Bill Clinton la Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, riconoscimento del ruolo svolto in decenni di battaglie politiche.

Le candidature alla Casa Bianca

Jackson tenta per due volte la scalata alla Casa Bianca, nel 1984 e nel 1988, in piena era Reagan. Nelle primarie democratiche si classifica prima terzo e poi secondo. Non conquista la nomination, ma ottiene un risultato storico mobilitando milioni di elettori afroamericani e portando nel dibattito nazionale temi di equità e rappresentanza. Quel lavoro di radicamento elettorale avrà effetti negli anni successivi, contribuendo a rafforzare il peso politico della comunità nera nel Partito democratico.

Il ruolo di negoziatore internazionale

Parallelamente all’attività politica interna, Jackson svolge una lunga carriera di mediatore internazionale. Nel 1983 contribuisce alla liberazione del pilota americano Robert Goodman, detenuto in Siria. L’anno successivo ottiene da Fidel Castro il rilascio di 48 prigionieri politici cubani e cubano-americani. Negli anni Novanta è impegnato in diverse missioni diplomatiche: dalla mediazione per prigionieri in Iraq dopo la prima guerra del Golfo alla trattativa del 1999 con Slobodan Milosevic per la liberazione di tre soldati statunitensi catturati nei Balcani. Anche durante la presidenza di Barack Obama partecipa a iniziative umanitarie, tra cui l’intervento per il rilascio di un cittadino americano detenuto in Colombia.

Ombre e controversie

La sua lunga carriera non è stata priva di ombre. Nel 1999 riconosce la paternità di una figlia nata da una relazione extraconiugale, episodio che incide sulla sua immagine pubblica. Nel 2013 il figlio Jesse Jackson Jr., ex deputato, viene condannato per uso improprio di fondi elettorali. Nel 2008, durante un’intervista televisiva, un microfono lasciato acceso registra uno sfogo contro Barack Obama, allora candidato democratico alla presidenza. Le parole provocano un caso politico e Jackson è costretto a scusarsi pubblicamente. Resterà comunque una figura rispettata, seppur più defilata, durante gli anni della presidenza Obama.

Il declino e l’ultima apparizione

Dopo la diagnosi di Parkinson nel 2017, le condizioni di salute peggiorano progressivamente. Nel 2020 sostiene Bernie Sanders nelle primarie democratiche. Nel 2024 appare alla convention democratica di Chicago su una sedia a rotelle, visibilmente provato ma ancora simbolicamente presente. Con la sua morte si chiude un capitolo della storia americana. Jesse Jackson è stato, per molti, la voce di chi non ne aveva. Un predicatore capace di trasformare la retorica in mobilitazione politica, e la protesta in pressione istituzionale. Figura controversa, certo, ma centrale nel lungo cammino degli Stati Uniti verso una democrazia più inclusiva.