L’Avana al buio tra sanzioni e attese: la città sospesa

Crisi energetica e trasporti paralizzati, cresce l’attesa di un cambiamento

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Sull’isola pesa l’inasprimento delle pressioni americane. Tra blackout, benzina razionata e turismo in calo, la capitale cubana vive giorni di incertezza. La popolazione si arrangia, tra rabbia e speranza, mentre il governo tace su possibili trattati

L’odore acre dell’emergenza. All’Avana la giornata comincia con il fumo dei rifiuti bruciati agli angoli delle strade. Sul Malecón il traffico è ridotto a poche vetture, il mare sembra immobile quanto la città. La stretta petrolifera legata alle nuove minacce di dazi annunciate dal presidente americano Donald Trump ha aggravato una crisi che da anni erode il tessuto economico dell’isola.

La benzina è razionata, i taxi diventano rari e costosi, gli almendrón arrancano fino all’ultima goccia. Anche i minibus governativi e i cocotaxi si fermano. Andare al lavoro significa spesso camminare chilometri, aspettare ore, tornare a casa senza certezze.

La città che aspetta

A Cuba si attende ogni cosa: un mezzo, un pasto, un segnale politico. Nei mercati i prezzi sono fuori controllo, il pollo è un lusso intermittente. Le farmacie mostrano scaffali vuoti, mancano analgesici e perfino i cerotti. La parola che circola sottovoce è cambiamento. Pronunciarla resta un gesto rischioso in un sistema al potere da oltre sei decenni.

C’è chi parla di fine del film, chi invoca una transizione graduale, chi teme una crisi umanitaria. Le informazioni ufficiali sono scarse. Non si sa se esistano trattative concrete tra L’Avana e Washington né quali condizioni siano in discussione. L’incertezza alimenta voci, speranze e paure.

L’enclave del lusso

Davanti al mare, il grande Hotel Nacional de Cuba resta illuminato come un simbolo ostinato. Costruito nel 1930, cinque stelle, lampadari monumentali e giardini affacciati sull’oceano, appare come un’enclave separata dal resto della città. Le autorità vi concentrano i pochi turisti rimasti, trasferiti da alberghi chiusi per mancanza di carburante.

Dentro si suona il mambo, si servono cocktail, una coppia americana posa accanto a un’auto d’epoca rosa. Fuori, i blackout scandiscono le notti. Anche i grandi hotel di Miramar, come il Meliá Habana, appaiono semivuoti, abitati quasi soltanto dagli equipaggi dei pochi voli ancora operativi.

Spirito di adattamento

Nelle scuole si garantisce almeno un pasto ai bambini. Le famiglie fanno i conti con interruzioni elettriche continue, con la difficoltà di trovare latte, con salari che evaporano davanti all’inflazione. Nei paladares della città vecchia il profumo del soffritto non basta ad attirare clienti. Un’aragosta alla griglia costa un terzo dello stipendio medio mensile.

C’è chi guarda alla Cina come modello di apertura controllata, chi spera in un intervento esterno, chi rivendica un cambiamento interno, senza imposizioni. Gli anziani ricordano gli anni Ottanta come un periodo di equilibrio sociale, pur tra limiti e restrizioni. Oggi il sentimento dominante è una miscela di rabbia e resistenza.

Il venticinque per cento della popolazione ha più di sessantacinque anni. Molti vivono di pensioni modeste, facendo la fila per ore davanti alle banche, tra blackout e carenza di contante. «Non si può perdere il sorriso», dice un pensionato, parlando di spirito di adattamento più che di rassegnazione.

Un futuro sospeso

L’isola conta circa otto milioni e mezzo di abitanti e affronta una delle fasi più delicate dalla fine dell’Unione Sovietica. L’inasprimento delle pressioni energetiche rischia di accelerare un processo già in corso: impoverimento, emigrazione, sfiducia.

Se questa crisi porterà a una transizione politica, a una nuova fase di apertura o a un ulteriore irrigidimento resta un interrogativo aperto. Intanto L’Avana aspetta. Aspetta carburante, luce, decisioni. E soprattutto aspetta che qualcosa cambi.