Trump: «La guerra è quasi finita». I mercati rimbalzano

Dopo le parole del presidente Usa calano petrolio e tensioni sui listini mondiali

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Le dichiarazioni di Donald Trump su una possibile fine imminente del conflitto con l’Iran cambiano il clima sui mercati globali. Il petrolio scende sotto i 90 dollari e Wall Street chiude in rialzo, mentre restano dubbi sulla reale conclusione

Le parole di Trump e il cambio di clima sui mercati. «Penso che la guerra sia praticamente completata, quasi del tutto. Siamo molto più avanti di quanto previsto». Le parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, pronunciate in un’intervista alla Cbs, hanno avuto un effetto immediato sui mercati finanziari. La giornata era iniziata con forti turbolenze: le Borse asiatiche avevano aperto in netto calo, con Tokyo in flessione del 5,2% e Seul del 6%. Anche i mercati europei si preparavano a una seduta pesante mentre il prezzo del petrolio aveva sfiorato i 120 dollari al barile. Quando però le dichiarazioni di Trump sono diventate pubbliche, il quadro si è rapidamente ribaltato. Il greggio è sceso sotto i 90 dollari e Wall Street ha recuperato terreno: il Dow Jones ha chiuso in rialzo dello 0,50%, mentre S&P 500 e Nasdaq hanno guadagnato rispettivamente lo 0,83% e l’1,32%. Anche i listini europei hanno limitato i danni, con Piazza Affari in calo contenuto dello 0,29%. A sostenere il clima di maggiore fiducia ha contribuito anche la riunione straordinaria del G7, durante la quale si è discusso della possibile immissione sul mercato delle riserve strategiche di petrolio.

Le ambiguità della Casa Bianca

Poche ore dopo l’intervista televisiva, durante una convention repubblicana in Florida, Trump ha però adottato toni più prudenti. «Per molti aspetti abbiamo già vinto, ma non abbastanza», ha dichiarato, ribadendo che l’obiettivo resta la “vittoria finale”. Il presidente americano ha comunque insistito su un punto: la guerra finirà «molto presto», anche se ha precisato che non accadrà «questa settimana». Sul futuro politico dell’Iran, Trump ha citato il cosiddetto “modello Venezuela”, evocando il caso di Delcy Rodríguez, vicepresidente che ha assunto un ruolo centrale nel sistema di potere di Nicolás Maduro. Non ha però indicato chi potrebbe assumere un ruolo analogo nella Repubblica Islamica. Di certo, secondo il presidente statunitense, non potrà essere Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nelle prime fasi dell’operazione militare israelo-americana.

Il ruolo di Putin e il fronte ucraino

Nella crisi è entrato anche il presidente russo Vladimir Putin, che ha inviato gli auguri al nuovo leader iraniano. Nella stessa giornata il Cremlino ha avuto un lungo colloquio telefonico con Trump, durato circa un’ora. Secondo ricostruzioni diplomatiche, Putin avrebbe cercato di ridimensionare le accuse occidentali di sostegno russo a Teheran e avrebbe anche rivendicato nuovi avanzamenti delle forze russe nel Donbass, sostenendo che tali progressi dovrebbero spingere Kiev ad aprire negoziati.

I dubbi degli analisti sulla fine del conflitto

Molti osservatori invitano però alla prudenza. Il corrispondente della Bbc, Anthony Zurcher, ha sottolineato che l’ottimismo dei mercati potrebbe riflettere la convinzione che Trump stia davvero preparando una via d’uscita dal conflitto. Ma potrebbe anche trattarsi soltanto di un desiderio degli investitori. Come ricordano diversi analisti, iniziare una guerra può essere relativamente semplice, mentre porvi fine — soprattutto in Medio Oriente — è spesso molto più complesso. Negli Stati Uniti restano infatti circa 40 mila soldati dislocati nella regione, oltre a basi militari e alleati vulnerabili. Secondo molti esperti, impedire all’Iran di sviluppare capacità militari a lungo termine potrebbe richiedere un cambiamento di regime che finora non si è realizzato.

I rischi di escalation e l’impatto sull’Italia

Intanto gli incidenti militari continuano a preoccupare. Nelle ultime ore un missile iraniano è stato abbattuto nei cieli della Turchia da sistemi della Nato, un episodio che ha mostrato quanto il conflitto possa facilmente allargarsi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha scelto per ora toni prudenti, ma le tensioni restano alte. Le accuse reciproche di attacchi agli impianti di desalinizzazione nel Golfo aumentano il timore di una crisi umanitaria nella regione. Sul piano economico, un conflitto prolungato potrebbe avere conseguenze particolarmente pesanti per l’Europa. Secondo un’analisi di Oxford Economics citata dal Financial Times, l’Italia sarebbe il Paese europeo più esposto agli effetti di un aumento duraturo dei prezzi dell’energia. Le prossime ore diranno se il sospiro di sollievo dei mercati sarà confermato oppure se la guerra entrerà in una nuova fase.