Nato, chiuso il vertice di Ankara: sì a Kiev e art. 5

Meloni: spese per la difesa, decide l’Italia su tempi e priorità

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Il summit in Turchia conferma il sostegno all’Ucraina e l’impegno sulla difesa collettiva. Trump apre alla produzione dei Patriot da parte di Kiev. Meloni: investimenti nelle fabbriche italiane

Il vertice Nato di Ankara si chiude con un messaggio politico netto: sostegno all’Ucraina, conferma dell’impegno sull’articolo 5 e nuova pressione sugli alleati europei per rafforzare le spese militari. In un summit definito «breve ma intenso» dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’Alleanza ha cercato di mostrare compattezza in una fase segnata dalla guerra russa contro Kiev, dal ritorno di Donald Trump al centro della scena transatlantica e dal confronto interno sui costi della sicurezza.

Il segnale a Kiev

Il passaggio più rilevante riguarda l’Ucraina. Donald Trump ha dato il via libera a una licenza statunitense che consentirebbe a Kiev di produrre sistemi di difesa aerea Patriot, una mossa destinata a rafforzare la capacità ucraina di contrastare missili e droni russi. Il presidente Volodymyr Zelensky ha accolto positivamente l’apertura, insistendo sulla necessità di considerare l’Ucraina non come un peso per la Nato, ma come una risorsa strategica per la sicurezza europea.

La dichiarazione finale del vertice ha ribadito il sostegno a Kiev e il valore della difesa collettiva. Il riferimento all’articolo 5, cuore del Patto Atlantico, serve a rassicurare i Paesi più esposti sul fronte orientale e a riaffermare che un attacco contro un alleato resta un attacco contro tutti. È il messaggio che la Nato ha voluto consegnare dopo settimane di tensioni diplomatiche, richieste americane più dure sulla spesa militare e timori europei sulla tenuta politica dell’Alleanza.

La linea italiana sulla difesa

Per Giorgia Meloni, l’Italia intende rispettare gli impegni presi in sede Nato, ma senza rinunciare a una propria valutazione politica e industriale. La premier ha spiegato che Roma vuole procedere «in modo sostenibile», stabilendo tempi, modi e priorità in base al contesto nazionale. Il punto centrale, nella posizione italiana, è che gli investimenti per la difesa non si traducano in semplici acquisti all’estero, ma restino nel Paese, nelle fabbriche, nella ricerca e nei territori.

È una linea che tiene insieme sicurezza e politica economica. Meloni ha presentato la crescita della spesa militare come un’occasione per rafforzare l’industria nazionale, creare lavoro qualificato e sostenere la ricerca tecnologica. In questo quadro, il governo rivendica un margine di autonomia: più contributo alla Nato, ma secondo una traiettoria compatibile con i conti pubblici e con gli interessi produttivi italiani.

Il rapporto con Trump

Il vertice di Ankara ha avuto anche un evidente risvolto politico personale. Donald Trump, reduce da settimane di attacchi e messaggi critici verso alcuni leader europei, ha alternato toni duri e segnali di distensione. Alla fine del summit ha parlato ai leader alleati dicendo di aver sentito il loro «amore», mentre nei colloqui informali e nella cena ufficiale il rapporto con Meloni è rimasto sotto osservazione.

La presidente del Consiglio ha scelto una linea di prudenza. Ha parlato di rapporti cordiali con il presidente americano e ha affermato di non pentirsi di nulla rispetto alle scelte compiute nelle ultime settimane. La premier ha evitato lo scontro diretto, ma ha difeso la posizione italiana, soprattutto sul principio che la sicurezza europea non possa diventare un trasferimento automatico di risorse verso l’industria militare statunitense.

Un’Alleanza compatta, ma sotto pressione

Il segretario generale Mark Rutte ha lavorato per mantenere un equilibrio tra le richieste americane e le sensibilità europee. La Nato punta a rafforzare la capacità di deterrenza, aumentare la produzione industriale e distribuire in modo più ampio il peso della difesa tra Stati Uniti, Europa e Canada. Resta però aperto il nodo dei tempi, perché diversi governi devono fare i conti con bilanci pubblici complessi e opinioni pubbliche non sempre favorevoli a un aumento rapido della spesa militare.

Il vertice turco ha quindi prodotto un’immagine di unità, ma anche la conferma di una fase nuova. L’Alleanza resta il pilastro della sicurezza euroatlantica, ma al suo interno cresce il confronto su chi paga, chi produce e chi decide le priorità. Per l’Italia, il punto politico è chiaro: rispettare gli obblighi comuni, senza rinunciare a indirizzare gli investimenti verso il sistema industriale nazionale.

Il dossier europeo

La guerra in Ucraina resta il principale fattore di pressione. Zelensky ha ribadito che il suo Paese è già parte della sicurezza europea, anche senza essere formalmente membro della Nato. Il via libera sui Patriot rafforza il legame operativo tra Washington e Kiev, ma non scioglie il nodo politico dell’adesione ucraina all’Alleanza, tema che continua a dividere gli alleati.

Per la Nato, il risultato di Ankara è soprattutto una dichiarazione di tenuta: difesa collettiva confermata, sostegno a Kiev rinnovato, maggiore impegno industriale richiesto agli alleati. Per Meloni, invece, il vertice diventa anche un banco di prova interno: dimostrare affidabilità internazionale senza lasciare che la nuova stagione della difesa pesi solo sui conti pubblici o favorisca filiere produttive fuori dall’Italia.