Zelensky rimuove Fedorov, lo scontro sulla Difesa scuote Kiev

Il ministro simbolo della guerra hi-tech paga la rottura con i vertici militari

zelensky rimuove fedorov lo scontro sulla difesa scuote kiev

La destituzione di Mykhailo Fedorov provoca proteste e apre una crisi ai vertici ucraini. Il nuovo premier Sergii Koretskyi ottiene 289 voti, mentre resta aperta la successione alla Difesa

La rimozione di Mykhailo Fedorov dal ministero della Difesa ha trasformato il nuovo rimpasto voluto da Volodymyr Zelensky in una crisi politica e militare. L’uscita del trentacinquenne considerato il principale artefice della modernizzazione tecnologica delle forze armate ha provocato proteste a Kiev e in altre città, critiche tra militari e attivisti e nuove tensioni all’interno della maggioranza presidenziale.

Il caso non riguarda soltanto il futuro personale di un ministro popolare. Porta alla luce lo scontro sulla conduzione della guerra, sui rapporti tra potere politico e comandi militari e sulla gestione di un settore, quello degli appalti per la Difesa, nel quale si concentrano enormi risorse pubbliche e interessi strategici.

Il ministro della trasformazione tecnologica

Entrato nel governo nel 2019, Fedorov aveva costruito la propria reputazione guidando la digitalizzazione dello Stato ucraino. A lui viene associato lo sviluppo di Diia, la piattaforma che ha trasferito documenti e servizi pubblici sugli smartphone dei cittadini, diventando uno dei simboli della modernizzazione amministrativa del Paese.

Dopo l’invasione russa su vasta scala, il giovane ministro aveva trasferito quella stessa impostazione alla macchina bellica. Aveva contribuito ad assicurare le comunicazioni satellitari attraverso Starlink, promosso l’impiego massiccio dei droni e avvicinato il governo alle imprese tecnologiche ucraine e internazionali. Nominato alla Difesa nel gennaio 2026, aveva avviato una revisione dei processi decisionali, degli approvvigionamenti e della raccolta dei dati dal fronte.

Il suo metodo, fondato su obiettivi misurabili, sperimentazione rapida e maggiore spazio alle unità tecnologiche, lo aveva reso molto popolare soprattutto tra i militari più giovani e negli ambienti dell’innovazione. Ma aveva anche alimentato resistenze nei settori più tradizionali dell’apparato.

La rottura con Syrskyi

Il nodo principale emerso dopo la destituzione riguarda il rapporto con il comandante in capo delle forze armate, il generale Oleksandr Syrskyi. Fedorov ha confermato di aver proposto a Zelensky drastici cambiamenti ai vertici, compresa la sostituzione dello stesso Syrskyi e del capo di Stato maggiore Andrii Hnatov.

Secondo l’ex ministro, la struttura di comando avrebbe ostacolato alcune riforme e rallentato l’adattamento dell’esercito a una guerra ormai dominata da droni, sistemi digitali e capacità di analisi in tempo reale. Il presidente ha respinto la richiesta, scegliendo di mantenere il generale al suo posto. La frattura, a quel punto, è diventata difficilmente ricomponibile.

Fedorov ha inoltre riferito di aver rifiutato l’incarico di consigliere presidenziale offertogli dopo l’uscita dal governo. La decisione segnala che non si è trattato di un semplice trasferimento interno, ma della conclusione, almeno per ora, del rapporto politico costruito negli anni con il presidente.

Appalti, autonomia e consenso personale

Attorno alla rimozione pesa anche il tema delle forniture militari. Durante il suo breve mandato, Fedorov aveva cercato di rendere più trasparenti e rapide le procedure, intervenendo su un sistema esposto da anni a scandali, pressioni e accuse di corruzione.

Fonti citate dalla stampa internazionale hanno collegato la sua uscita ai contrasti con gruppi interessati agli appalti della Difesa. Non sono però emersi elementi pubblici sufficienti per stabilire che i veti sui contratti o la sua crescente popolarità siano stati la causa unica della decisione. È più prudente leggere la destituzione come il risultato di diversi conflitti: autonomia politica, rapporti con i generali, controllo delle risorse e divergenze sulla strategia militare.

La popolarità dell’ex ministro ha comunque amplificato la reazione. Migliaia di persone sono scese in piazza chiedendone il reintegro e contestando la scelta del presidente. Le proteste, rare nell’Ucraina sottoposta alla legge marziale, mostrano quanto la vicenda abbia superato i confini di un normale cambio di governo.

Koretskyi alla guida del governo

Nelle stesse ore il Parlamento ha approvato la nomina di Sergii Koretskyi a primo ministro con 289 voti favorevoli. Manager proveniente dal settore energetico e amministratore delegato di Naftogaz, il nuovo capo del governo dovrà affrontare la protezione delle infrastrutture, la preparazione dell’inverno, la stabilità economica e il percorso di adesione all’Unione europea.

La scelta di Koretskyi risponde al bisogno di affidare l’esecutivo a un tecnico con esperienza nella gestione delle emergenze energetiche. Il suo profilo appare meno politico rispetto a quello di Fedorov e meno incline a costruire un consenso personale autonomo rispetto alla presidenza.

Il Parlamento ha successivamente approvato il nuovo governo, ma la questione della Difesa è rimasta aperta. Il ministro dell’Interno Ihor Klymenko è indicato come possibile successore, senza che la sua nomina sia stata immediatamente definita insieme al resto della squadra.

Una crisi nel momento più delicato

Il rimpasto arriva mentre l’Ucraina continua a fronteggiare gli attacchi russi, la scarsità di uomini e sistemi antiaerei e la necessità di conservare la fiducia dei partner occidentali. Cambiare il responsabile della Difesa dopo appena sei mesi comporta il rischio di rallentare programmi e riforme proprio mentre la competizione tecnologica incide sempre di più sull’andamento del conflitto.

Per Zelensky, la scelta punta formalmente a rinnovare il governo e a preservare l’unità della catena di comando. Per i critici, invece, la rimozione di uno dei ministri più efficaci può indebolire la modernizzazione delle forze armate e alimentare il sospetto che la fedeltà politica abbia prevalso sui risultati.

Il futuro di Fedorov resta ora un’incognita. La sua uscita dal governo, il rifiuto di un incarico presidenziale e la mobilitazione dei sostenitori potrebbero trasformarlo da tecnocrate dell’innovazione in una figura politica autonoma. È proprio questo il rischio che il rimpasto avrebbe dovuto neutralizzare e che, al contrario, potrebbe avere reso ancora più evidente.