I morti americani e il bivio di Trump sulla guerra all’Iran

Diciassette militari uccisi. La Casa Bianca divisa tra escalation e negoziato

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Le vittime in Giordania e Iraq riaprono lo scontro nell’amministrazione. I falchi chiedono più uomini e attacchi, mentre Vance spinge per evitare una guerra lunga

Diciassette militari statunitensi morti in poco più di quattro mesi. È il bilancio che trasforma la guerra contro l’Iran da operazione presentata come rapida e circoscritta in un conflitto sempre più difficile da controllare. Per Donald Trump, il costo umano dell’intervento apre adesso il passaggio più delicato: aumentare uomini e mezzi per tentare di imporre una conclusione militare oppure fermare l’escalation e tornare al negoziato.

Le ultime tre vittime hanno riportato la guerra direttamente al centro del dibattito americano. Due militari sono stati uccisi nell’attacco iraniano contro una base in Giordania. Un terzo risulta ancora disperso, anche se nell’area sono stati recuperati resti sottoposti alle procedure di identificazione.

Quasi contemporaneamente, un soldato è morto nel nord dell’Iraq durante la detonazione controllata di un ordigno rimasto inesploso. Secondo il Comando centrale degli Stati Uniti, si trattava di un dispositivo proveniente da un drone d’attacco iraniano abbattuto. Un altro militare è rimasto ferito.

Il ritorno delle perdite americane

Gli Stati Uniti non registravano caduti da mesi. Le prime sei vittime del conflitto erano state annunciate all’inizio di marzo, dopo l’attacco con un drone contro una struttura militare a Port Shuaiba, in Kuwait. Altri militari erano poi morti tra Arabia Saudita, Iraq e altre installazioni della regione.

Il totale è salito a diciassette mentre le operazioni americane entravano nella nona notte consecutiva di bombardamenti. Washington ha colpito sistemi di difesa aerea, basi missilistiche, infrastrutture militari e capacità di lancio dei droni. Teheran ha risposto attaccando installazioni statunitensi e obiettivi nei Paesi del Golfo che collaborano con il Pentagono.

La morte dei soldati non cambia soltanto il quadro operativo. Cambia soprattutto quello politico. Ogni nuova vittima indebolisce la promessa di una campagna breve e riporta alla memoria le guerre combattute dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan, iniziate con obiettivi limitati e trasformate in impegni militari durati anni.

I falchi chiedono di “finire il lavoro”

Una parte dell’amministrazione e del fronte repubblicano considera le perdite una ragione per intensificare l’offensiva. La tesi è che fermarsi adesso permetterebbe all’Iran di presentare la resistenza militare come una vittoria e incoraggerebbe nuovi attacchi contro basi, navi e alleati americani.

In questa visione, Washington dovrebbe aumentare la pressione fino a neutralizzare le capacità missilistiche e navali iraniane, garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz e impedire a Teheran di ricostruire il proprio apparato militare. Un obiettivo che potrebbe richiedere nuovi reparti, ulteriori sistemi di difesa e una presenza americana più estesa sul terreno.

Il precedente evocato è quello del “surge” deciso da George W. Bush nel 2007. Davanti al deterioramento della sicurezza in Iraq, il presidente inviò oltre ventimila soldati aggiuntivi, concentrandoli soprattutto a Baghdad e nella provincia di Anbar. L’aumento delle forze contribuì a ridurre la violenza, ma prolungò il coinvolgimento americano e non risolse le fratture politiche irachene.

Il paragone presenta limiti evidenti. L’Iran è più grande, più popoloso e militarmente più strutturato dell’Iraq affrontato nel 2007. Un incremento delle truppe potrebbe proteggere meglio le basi e le rotte marittime, ma non garantirebbe una rapida conclusione della guerra.

Vance e il fronte contrario alla guerra lunga

Sul versante opposto si muove il vicepresidente JD Vance, diventato il principale interprete della componente isolazionista del movimento “America First”. Vance sostiene che gli Stati Uniti non possano continuare a bombardare senza definire un obiettivo politico raggiungibile e senza mantenere aperto un canale diplomatico.

Il vicepresidente ha criticato anche i tentativi attribuiti ad alcuni esponenti del governo israeliano di influenzare l’opinione pubblica americana contro un accordo con Teheran. La sua linea non esclude l’uso della forza, ma respinge l’idea di una guerra indefinita sostenuta dagli Stati Uniti senza una strategia d’uscita.

A pesare sono anche le conseguenze economiche. Gli attacchi nello Stretto di Hormuz, il blocco delle rotte commerciali e l’aumento del prezzo del petrolio rischiano di trasferire il costo della guerra sui consumatori americani. Più il conflitto si prolunga, più diventa difficile separare la sicurezza nazionale dagli effetti sull’inflazione, sui trasporti e sulla crescita.

Le oscillazioni del presidente

Fin dall’inizio del suo secondo mandato, Trump ha alternato minacce di annientamento, aperture negoziali e annunci di cessate il fuoco rivelatisi fragili. Ha presentato i bombardamenti come lo strumento necessario per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare, ma ha anche sostenuto di non voler trascinare gli Stati Uniti in una nuova guerra senza fine.

Questa ambivalenza gli ha consentito di mantenere insieme le due anime della sua maggioranza. Da una parte i repubblicani interventisti, convinti che ogni esitazione venga interpretata come debolezza. Dall’altra l’elettorato che aveva sostenuto Trump proprio per la promessa di chiudere le guerre e riportare i soldati americani a casa.

Con diciassette morti, quella mediazione diventa più fragile. Un ritiro immediato esporrebbe il presidente all’accusa di aver sacrificato vite senza raggiungere gli obiettivi dichiarati. Un nuovo dispiegamento, però, potrebbe trasformare definitivamente la campagna contro Teheran nella guerra lunga che il movimento trumpiano aveva promesso di evitare.

Il vero nodo è l’obiettivo finale

Prima ancora del numero di soldati, la Casa Bianca deve stabilire che cosa significhi vincere. Distruggere le capacità nucleari iraniane, riaprire stabilmente lo Stretto di Hormuz, proteggere gli alleati regionali e impedire nuovi attacchi sono obiettivi distinti. Ognuno richiede tempi, strumenti e rischi differenti.

Senza una definizione precisa del risultato politico, l’invio di nuove forze rischierebbe di diventare un modo per rinviare la scelta. Ma anche un cessate il fuoco privo di garanzie potrebbe limitarsi a preparare la successiva fase dello scontro.

Le vittime americane rendono ora impossibile presentare la guerra come un’operazione distante e quasi priva di costi. Per Trump, il bivio non è più soltanto tra bombardare o trattare. È tra accettare i rischi di un impegno militare ancora più vasto e riconoscere che nessuna vittoria può essere ottenuta esclusivamente dal cielo.