Houthi, sei morti nel Mar Rosso. Si blocca il negoziato Usa-Iran

Tre vittime pakistane nell’attacco a una nave. Hormuz resta chiuso e la tregua è in bilico

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L’assalto nel Bab el-Mandeb riaccende l’allarme sulle rotte energetiche. Islamabad condanna e prova a mediare tra Washington e Teheran, ma l’Iran nega progressi sull’intesa provvisoria. Nuovo allarme sicurezza anche in Kuwait

Sei morti nel Bab el-Mandeb, tre dei quali cittadini pakistani, e una nuova fiammata di tensione su una delle rotte marittime più delicate del pianeta. L’attacco degli Houthi contro una nave al largo dello Yemen riporta il Mar Rosso al centro della guerra regionale proprio mentre lo Stretto di Hormuz resta sostanzialmente paralizzato dal confronto tra Iran e Stati Uniti. Il rischio, adesso, è che anche la via alternativa utilizzata per aggirare il blocco del Golfo diventi sempre più pericolosa per il traffico commerciale e petrolifero.

Tre pakistani tra le vittime

Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha confermato mercoledì la morte di tre connazionali nell’attacco avvenuto martedì nello stretto che separa lo Yemen dal Corno d’Africa. Un altro cittadino pakistano è rimasto ferito. Il bilancio complessivo è di sei vittime: quattro membri dell’equipaggio e due soccorritori yemeniti intervenuti dopo il primo attacco. Secondo le autorità dello Yemen riconosciute internazionalmente, contro la nave sarebbero stati lanciati più missili.

Reuters identifica la nave come il cargo Tihamah e riferisce che tra i quattro marinai uccisi figurano tre pakistani e un indonesiano. Gli Houthis hanno sostenuto che l’imbarcazione trasportasse materiale militare saudita, una circostanza che al momento non risulta verificata in modo indipendente. L’attacco segna le prime vittime accertate in mare nella nuova fase dell’offensiva degli Houthis legata alla guerra con l’Iran.

Il Mar Rosso torna una rotta ad altissimo rischio

La posizione geografica del Bab el-Mandeb rende l’attacco particolarmente grave. Lo stretto rappresenta l’accesso meridionale al Mar Rosso e al Canale di Suez ed è diventato ancora più importante da quando la navigazione attraverso Hormuz è crollata. Gli Houthis hanno inoltre intensificato gli attacchi contro forze governative yemenite, infrastrutture petrolifere saudite e navi legate a Riad, dopo aver annunciato a luglio un blocco marittimo contro l’Arabia Saudita.

Gli effetti sono già visibili. Secondo dati raccolti da Reuters, il traffico commerciale nel Bab el-Mandeb è sceso da circa 50 a 32 navi al giorno. Diverse petroliere saudite hanno spento i sistemi di localizzazione automatica per ridurre il rischio di essere individuate, mentre una parte crescente del greggio viene indirizzata verso nord, attraverso Suez e gli oleodotti egiziani.

La combinazione tra l’instabilità nel Mar Rosso e la chiusura di fatto di Hormuz mette sotto pressione due passaggi essenziali per gli approvvigionamenti energetici mondiali. Prima della guerra, attraverso lo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzati a livello globale.

Islamabad tenta la mediazione, Teheran frena

Il paradosso è che il Pakistan, poche ore dopo aver contato tre cittadini tra le vittime dell’attacco attribuito agli alleati yemeniti dell’Iran, continua a proporsi come uno dei principali mediatori tra Washington e Teheran. Dar ha incontrato a Islamabad l’ambasciatore iraniano Reza Amiri Moghadam, mentre il ministro dell’Interno pakistano Mohsin Naqvi era stato inviato a Teheran per colloqui con la leadership iraniana.

Il tentativo è salvare l’intesa provvisoria raggiunta a giugno, concepita per interrompere le ostilità e aprire una fase negoziale più ampia. Il nodo centrale resta Hormuz. Washington pretende la riapertura dello stretto e la libertà di navigazione, mentre l’Iran chiede che gli Stati Uniti rispettino prima gli impegni che Teheran considera parte dell’accordo, compresa la fine del blocco dei porti iraniani e lo sblocco di risorse finanziarie.

Le dichiarazioni arrivate nelle ultime ore mostrano però quanto le posizioni restino distanti. Fonti iraniane citate da Reuters hanno negato che siano in corso negoziati per prorogare la tregua e hanno parlato di nessun progresso sostanziale sul ripristino dell’accordo. Il dialogo, per ora, continua soltanto attraverso mediatori come Pakistan e Qatar.

Il rischio di riaprire la guerra civile yemenita

La nuova offensiva degli Houthis non riguarda soltanto le navi. Negli ultimi giorni sono aumentati anche gli attacchi contro le forze fedeli al governo yemenita e contro obiettivi sauditi. Decine di militari e civili sono rimasti uccisi o feriti, alimentando il timore che la tregua che dal 2022 aveva congelato gran parte della guerra civile nello Yemen possa definitivamente saltare.

Per l’Arabia Saudita lo scenario è particolarmente delicato. Riad aveva progressivamente ridotto il proprio coinvolgimento militare nello Yemen e cercato un equilibrio con gli Houthis, ma il ritorno degli attacchi contro infrastrutture energetiche e traffico navale rischia di trascinarla nuovamente nel conflitto. Anche il Pakistan, legato all’Arabia Saudita da stretti rapporti militari, economici e di sicurezza, osserva l’escalation con crescente preoccupazione.

Dal Kuwait al Libano, nuove tensioni nella regione

Alla crisi sulle rotte marittime si aggiungono altri segnali di instabilità. In Kuwait, il ministero dell’Interno ha annunciato di avere sventato un progetto terroristico contro una struttura considerata sensibile. Secondo le autorità, il sospettato è un cittadino kuwaitiano affiliato allo Stato islamico che avrebbe ricevuto istruzioni per fabbricare esplosivi e utilizzare droni nell’attacco. Il bersaglio non è stato reso pubblico.

Nuova tensione anche nel Libano meridionale, dove le autorità locali hanno accusato le forze israeliane di aver fatto esplodere un edificio scolastico di quattro piani, una sede municipale e un asilo nel villaggio di Zawtar al-Sharqiyah. L’area si trova accanto a una delle zone pilota nelle quali le truppe israeliane dovrebbero gradualmente ritirarsi lasciando il controllo all’esercito libanese in parallelo al disarmo di Hezbollah. Al momento delle prime ricostruzioni non risultava una risposta immediata dell’esercito israeliano alle accuse.

Sul piano diplomatico, infine, la Turchia ha condannato la decisione del nuovo governo della Colombia di riconoscere la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. Ankara considera il territorio parte integrante della Siria e ha richiamato la risoluzione 497 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sostenendo che il riconoscimento colombiano non produca effetti giuridici sul piano internazionale.

Il quadro che emerge è quello di una crisi che continua a spostarsi da un fronte all’altro. Con Hormuz ancora bloccato, il Bab el-Mandeb nuovamente sotto attacco e i negoziati tra Stati Uniti e Iran senza una svolta, ogni incidente sulle rotte commerciali rischia di trasformarsi rapidamente in un nuovo fattore di escalation militare ed economica.