Donald Trump continua a parlare di «controllo totale» dello Stretto di Hormuz, ma la fotografia che arriva dal mare è più complicata. Gli Stati Uniti hanno certamente guadagnato spazio operativo nel braccio d'acqua più delicato del commercio energetico mondiale, riuscendo a organizzare passaggi protetti lungo il versante dell'Oman. Questo, però, non significa che la rotta sia tornata sotto un controllo stabile né che il traffico abbia recuperato i livelli precedenti alla guerra.
Anzi, l'ultimo aggiornamento disponibile raffredda le dichiarazioni trionfalistiche di Washington. Nella giornata di giovedì 20 agosto soltanto sette navi commerciali monitorate da Kpler hanno attraversato Hormuz, contro le quattordici del giorno precedente. Quattro sono entrate nel Golfo e tre ne sono uscite. Tra queste non figuravano né grandi petroliere VLCC né metaniere per il trasporto di gas naturale liquefatto. Prima della guerra, attraverso lo Stretto transitava quasi un quinto dei flussi mondiali di greggio e Gnl.
La battaglia delle rotte
Il cambiamento più significativo riguarda il modo in cui le navi tentano di attraversare Hormuz. Una ricostruzione basata sui dati di Kpler, rilanciata dalla Cnn, indica che nelle ultime settimane una parte crescente del traffico ha evitato il corridoio preferito dall'Iran, affidandosi alla rotta meridionale vicino alle acque omanite e alla promessa di protezione americana.
Il dato, tuttavia, va letto con cautela. Nelle rilevazioni pubblicate direttamente da Kpler emerge soprattutto un altro fenomeno: la progressiva scomparsa delle rotte chiaramente identificabili e l'aumento dei passaggi classificati come «dark» o «unknown». Nell'ultima settimana del memorandum tra Washington e Teheran questa componente avrebbe superato l'80 per cento. In altre parole, molte navi spengono il sistema Ais e diventano difficili da seguire con i normali strumenti di monitoraggio.
È anche per questo che i numeri possono apparire contraddittori. Tra il primo e il 19 agosto sono stati conteggiati 236 attraversamenti complessivi: 83 lungo la rotta iraniana, soltanto tre apertamente sul corridoio omanita, due sulla vecchia direttrice centrale e 148 senza una rotta identificabile durante il passaggio. Una parte rilevante del traffico reale potrebbe dunque sfuggire alle statistiche basate sui transponder.
Il corridoio organizzato dagli Stati Uniti
Dietro questa navigazione sempre più opaca c'è anche la strategia militare americana. Secondo Axios, che cita due funzionari statunitensi, il Pentagono avrebbe organizzato nelle ultime settimane un corridoio attraverso il settore meridionale dello Stretto. Ogni notte tra quindici e venti petroliere verrebbero coordinate in gruppi in entrata e in uscita, con una struttura operativa diretta da Fort Bragg, in North Carolina, e con protezione aerea contro droni e missili iraniani.
Le fonti americane sostengono che attraverso questo sistema possano uscire dal Golfo quasi dieci milioni di barili al giorno, circa la metà dei volumi precedenti alla guerra. Si tratta però di stime fornite dall'amministrazione statunitense e non perfettamente sovrapponibili alle rilevazioni pubbliche sul traffico navale.
Proprio questa differenza è il cuore della guerra delle cifre. Trump presenta il corridoio come la prova che gli Stati Uniti abbiano sottratto a Teheran il controllo effettivo dello Stretto. L'Iran sostiene l'opposto e continua a considerare Hormuz una leva strategica nelle trattative e nello scontro militare.
Uno Stretto ancora lontano dalla normalità
Il problema è che la quantità complessiva di petrolio che riesce a uscire dal Golfo resta molto inferiore al periodo precedente al conflitto. Secondo l'analisi pubblicata il 19 agosto da Kpler, nei sessanta giorni dell'intesa provvisoria tra Stati Uniti e Iran sono transitati in media circa 6,1 milioni di barili di greggio al giorno, appena il 40 per cento circa dei 15 milioni giornalieri registrati attraverso Hormuz nel 2025.
Il traffico, inoltre, è tornato a diminuire dopo una breve ripresa. Martedì e mercoledì erano state registrate appena nove navi commerciali al giorno, mentre giovedì il numero è sceso a sette. Le statistiche non comprendono le unità che attraversano lo Stretto con i transponder spenti, ma anche tenendo conto di questa zona d'ombra il quadro resta quello di un corridoio sottoposto a fortissima pressione.
Il vero limite del “controllo totale”
La formula utilizzata da Trump descrive quindi una superiorità militare che Washington ritiene di avere conquistato, non il ritorno alla piena libertà di navigazione. Gli Stati Uniti possono accompagnare convogli, proteggere alcune petroliere e rendere più difficile l'interdizione iraniana. Teheran, però, conserva capacità sufficienti per mantenere elevato il rischio attraverso missili, droni, mine e pattugliatori.
Lo dimostrano anche gli incidenti delle ultime settimane. Gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l'Iran di avere colpito diverse navi riconducibili ad Adnoc, mentre l'11 agosto un elicottero militare statunitense ha lanciato missili Hellfire contro la Vela Nova, nave accusata dagli Stati Uniti di tentare di violare il blocco dei porti iraniani. L'episodio ha mostrato quanto Hormuz sia ormai attraversato da due sistemi di interdizione contrapposti, quello americano contro l'Iran e quello iraniano contro il traffico considerato ostile.
La realtà, dunque, sta nel mezzo tra le rivendicazioni delle due capitali. Washington ha guadagnato capacità operativa e riesce a far passare più navi rispetto ai momenti peggiori della crisi. Teheran non appare più in grado di imporre indisturbata le proprie condizioni sull'intero Stretto. Ma Hormuz non è tornato un'autostrada del petrolio e nessuno dei due contendenti può ancora sostenere, numeri alla mano, di averne ottenuto un dominio incontestato.
