Morbillo, l’epidemia in Bangladesh è un monito anche per l’Italia

Oltre 202 mila casi sospetti nel Paese asiatico, mentre gli esperti richiamano l’importanza dei vacc

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Dal marzo 2026 il Bangladesh registra 1.147 decessi associati all’epidemia, soprattutto tra i bambini piccoli. Le lacune nelle vaccinazioni mostrano quanto rapidamente possa tornare un virus prevenibile

Il morbillo torna a essere un’emergenza sanitaria di dimensioni drammatiche in Bangladesh, dove dal marzo 2026 sono stati segnalati oltre 202 mila casi sospetti e 1.147 decessi nel contesto dell’epidemia. La maggior parte delle vittime è costituita da bambini sotto i cinque anni. Secondo una ricostruzione pubblicata da Reuters il 17 ottobre, si tratta dell’epidemia di morbillo più grave attualmente documentata a livello mondiale. È anche il segnale di quanto velocemente una malattia prevenibile possa riemergere quando la copertura vaccinale perde continuità.

La crisi della copertura vaccinale

In un Paese densamente popolato, il virus trova terreno favorevole nelle comunità in cui troppi bambini non hanno ricevuto tutte le dosi previste. Il morbillo è estremamente contagioso e per interromperne stabilmente la circolazione l’Organizzazione mondiale della sanità indica come obiettivo una copertura di almeno il 95 per cento con due dosi di vaccino. Quando questa soglia non viene raggiunta, aumentano le possibilità di focolai e di complicazioni gravi.

In Bangladesh la situazione è stata aggravata dalle difficoltà del sistema sanitario e dalle interruzioni dei programmi di immunizzazione. Le turbolenze politiche e gli scioperi degli operatori sanitari nel 2025 hanno inciso sulla regolarità delle somministrazioni. Si aggiungono criticità nella registrazione dei bambini e nella disponibilità di personale medico, che rendono più difficile raggiungere le famiglie nelle aree isolate.

Milioni di vaccinazioni, ma restano bambini esclusi

Tra aprile e maggio è stata organizzata una campagna straordinaria che ha raggiunto quasi 20 milioni di bambini. L’intervento, per quanto imponente, non è bastato a chiudere tutte le lacune. I dati successivi hanno mostrato che numerosi minori, soprattutto nelle zone più remote, erano ancora rimasti senza protezione. Le autorità hanno quindi avviato una nuova iniziativa rivolta a circa 3,4 milioni di bambini precedentemente esclusi.

Il problema non riguarda soltanto l’acquisto delle dosi: occorrono anagrafi vaccinali affidabili, personale, catene di distribuzione efficienti e servizi territoriali accessibili. L’epidemia si inserisce inoltre in un contesto sanitario già sotto pressione, anche per la diffusione della dengue.

Il richiamo per l’Italia

Il quadro italiano è profondamente diverso, ma non immune da rischi. L’Istituto superiore di sanità aveva registrato 1.055 casi di morbillo nel 2024 e oltre 500 nel 2025. Nel solo gennaio 2026 risultavano 84 segnalazioni, con un’incidenza più alta nei bambini da zero a quattro anni. Tra i casi per i quali era noto lo stato vaccinale, la grande maggioranza non era vaccinata al momento del contagio.

Non è corretto trattare questi numeri come un bilancio aggiornato a ottobre: l’ISS segnala infatti un’interruzione temporanea del flusso di dati verso le piattaforme di sorveglianza e il lavoro in corso per ripristinarlo. Resta però chiaro il significato dei dati già pubblicati: il morbillo continua a circolare e può provocare polmoniti, altre complicanze e, nei casi più gravi, la morte.

La prevenzione prima dell’emergenza

La lezione che arriva dal Bangladesh riguarda la continuità della prevenzione. Il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia è lo strumento principale per limitare i contagi e proteggere anche chi non può essere vaccinato. L’attenzione non deve concentrarsi esclusivamente sui bambini: possono essere suscettibili anche adolescenti e adulti che non abbiano completato il ciclo o non abbiano acquisito immunità.

L’obiettivo per l’Italia è mantenere elevate e omogenee le coperture vaccinali, recuperare le dosi mancanti e individuare tempestivamente i focolai. Il caso asiatico ricorda che l’assenza di grandi epidemie non equivale alla scomparsa del rischio: la protezione collettiva richiede un lavoro costante, molto prima che gli ospedali tornino a riempirsi.