La giuria del processo a Lindsay Clancy è tornata a riunirsi per il quinto giorno consecutivo senza aver ancora raggiunto un verdetto. Il confronto nel tribunale di Plymouth, in Massachusetts, prosegue dopo che martedì i giurati avevano comunicato al giudice William Sullivan di non essere riusciti a trovare l'unanimità sulla questione decisiva del processo: stabilire se Clancy fosse penalmente responsabile quando uccise i suoi tre figli.
La donna, 36 anni, ex infermiera nel reparto travaglio e parto, non contesta di aver strangolato i bambini. La linea di frattura tra accusa e difesa riguarda invece le sue condizioni psichiche al momento dei fatti. Clancy si è dichiarata non colpevole per difetto di responsabilità penale, sostenendo attraverso i suoi legali che una grave psicosi postpartum le avesse fatto perdere il contatto con la realtà. Per la procura, invece, era consapevole delle proprie azioni e in grado di comprenderne la natura.
La giuria segnala lo stallo
Il primo segnale esplicito di una possibile impasse è arrivato durante il quarto giorno di camera di consiglio. I giurati hanno informato Sullivan di non riuscire a raggiungere una decisione unanime, requisito necessario sia per una condanna sia per un'assoluzione. Il giudice ha però ritenuto prematuro interrompere il procedimento e ha chiesto loro di continuare il confronto.
La discussione è proseguita per il resto della giornata. Nel pomeriggio la giuria ha chiesto di poter lasciare il tribunale e riprendere il lavoro la mattina successiva. Con la riapertura dell'udienza di mercoledì, i dodici componenti effettivi sono quindi tornati a deliberare. Al momento dell'ultimo aggiornamento disponibile non è stato annunciato alcun verdetto.
La durata delle deliberazioni riflette la complessità di un processo nel quale il fatto materiale non è il principale terreno di scontro. Nel corso delle settimane di testimonianze, parenti, medici ed esperti hanno ricostruito il deterioramento della salute mentale di Clancy nei mesi precedenti alla morte dei figli, i numerosi farmaci che le erano stati prescritti e il suo breve ricovero in una struttura psichiatrica.
Lo scontro sulla psicosi postpartum
La difesa ha costruito il proprio caso intorno alla tesi che Clancy fosse affetta da psicosi postpartum, una grave patologia che può alterare profondamente la percezione della realtà dopo il parto. Gli esperti chiamati dai suoi avvocati hanno sostenuto che le sue condizioni mentali fossero tali da impedirle di essere considerata pienamente responsabile penalmente.
L'accusa ha presentato una ricostruzione opposta. Secondo i procuratori, il comportamento di Clancy nelle ore precedenti alle uccisioni mostrerebbe lucidità, capacità di organizzazione e consapevolezza. Le differenti valutazioni degli specialisti sono così diventate il cuore di un processo nel quale ai giurati viene chiesto non di stabilire chi abbia commesso i fatti, ma in quale stato mentale siano stati compiuti.
L'ex infermiera aveva cercato assistenza psichiatrica nei mesi precedenti e aveva assunto diversi medicinali. Durante il dibattimento sono emerse valutazioni mediche non coincidenti sulla presenza di sintomi psicotici e sulla loro intensità. È proprio questa distanza tra le ricostruzioni degli esperti ad aver reso particolarmente difficile il compito della giuria.
Cosa accade se non arriva un verdetto
Se l'impasse dovesse diventare definitiva, il giudice potrebbe dichiarare il processo nullo per mancato verdetto, il cosiddetto mistrial. In quel caso le accuse contro Clancy non scomparirebbero automaticamente. La procura dovrebbe decidere se chiedere un nuovo processo davanti a un'altra giuria, rinunciare a procedere oppure valutare un eventuale accordo con la difesa.
L'avvocato Kevin Reddington ha interpretato come un segnale incoraggiante la decisione dei giurati di continuare a lavorare nonostante lo stallo. Per la difesa, il fatto che il confronto prosegua dimostra che la giuria sta ancora cercando una soluzione condivisa a un caso segnato da testimonianze mediche e ricostruzioni profondamente contrastanti.
Gli esiti possibili restano molto diversi tra loro. Se riconosciuta penalmente responsabile, Clancy potrebbe essere condannata per omicidio o per un reato meno grave come il manslaughter, a seconda delle conclusioni raggiunte dalla giuria. Se invece fosse dichiarata non colpevole per difetto di responsabilità penale, non sarebbe necessariamente libera: un giudice potrebbe disporne il ricovero in una struttura psichiatrica qualora una successiva valutazione stabilisse che rappresenta ancora un pericolo.
Il quinto giorno di deliberazioni si apre quindi con la stessa domanda che domina il processo da settimane: quale fosse la capacità di Lindsay Clancy di comprendere e controllare le proprie azioni al momento della morte dei suoi figli. Una domanda alla quale, per ora, i dodici giurati di Plymouth non hanno trovato una risposta unanime.
