Tre nuove esecuzioni capitali in Iran, mentre continua la repressione giudiziaria legata alle proteste antigovernative dello scorso gennaio. Hassan Divband, Hamid Kazemi e Reza Zanganeh sono stati impiccati all'alba di domenica 8 novembre a Karaj, città a ovest di Teheran, dopo essere stati condannati a morte con l'accusa di aver partecipato ad azioni violente durante le manifestazioni. A confermare le esecuzioni è stata l'agenzia Mizan, organo di informazione della magistratura iraniana. Secondo l'organizzazione Iran Human Rights, con sede in Norvegia, sale così ad almeno 39 il numero delle persone giustiziate per vicende collegate all'ondata di proteste iniziata alla fine del 2025.
Le condanne sono state eseguite dopo la conferma da parte della Corte Suprema iraniana. Le organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani denunciano però gravi irregolarità nei procedimenti giudiziari, sostenendo che gli imputati non abbiano avuto accesso alle garanzie fondamentali di un processo equo.
Le accuse di Teheran: «Operazioni per Israele e Stati Uniti»
Secondo la ricostruzione diffusa dall'agenzia giudiziaria Mizan, i tre uomini avrebbero partecipato ad attività organizzate per conto di Israele, Stati Uniti e gruppi considerati ostili alla sicurezza nazionale iraniana.
Le autorità attribuiscono loro il lancio di bottiglie molotov e granate artigianali, l'utilizzo di armi bianche e da fuoco, l'incendio di strutture pubbliche e il danneggiamento di infrastrutture elettriche.
Gli episodi contestati risalgono alle giornate dell'8 e 9 gennaio, quando Karaj fu uno dei principali centri delle manifestazioni contro il governo.
Secondo la magistratura iraniana, Divband avrebbe avuto un ruolo di coordinamento nelle azioni contestate, mentre gli altri imputati avrebbero partecipato alla preparazione e all'esecuzione degli attacchi.
Nel medesimo procedimento erano coinvolte altre otto persone, condannate a pene detentive comprese tra cinque e dieci anni. Per i tre giustiziati è stata inoltre disposta la confisca dei beni.
La versione ufficiale del governo iraniano viene contestata dalle organizzazioni per i diritti umani, che chiedono di verificare la fondatezza delle accuse e la regolarità delle prove utilizzate.
Le denunce delle ong: «Negato il diritto a un processo equo»
La reazione di Iran Human Rights è stata durissima. Il direttore dell'organizzazione, Mahmood Amiry-Moghaddam, ha denunciato che i tre uomini sarebbero stati privati delle fondamentali garanzie processuali e del diritto a difendersi adeguatamente dalle accuse.
Secondo l'ong, le prove rese pubbliche dalle autorità non sarebbero sufficienti a dimostrare le responsabilità attribuite agli imputati.
In particolare, l'organizzazione contesta un video trasmesso dalla televisione di Stato iraniana sugli incidenti di Karaj. Nelle immagini, sostiene Iran Human Rights, le uniche testimonianze direttamente riconducibili ai condannati sarebbero confessioni ottenute sotto coercizione e dichiarazioni rese dagli imputati gli uni contro gli altri.
L'assenza di riscontri indipendenti solleva interrogativi sulla correttezza del procedimento, soprattutto considerando l'irreversibilità della pena capitale.
Il caso di Reza Zanganeh, meccanico di 27 anni
Tra le tre persone impiccate figura Reza Zanganeh, 27 anni, meccanico specializzato nella riparazione di automobili straniere.
Secondo l'organizzazione Hengaw, anch'essa con sede in Norvegia, l'accusa di collaborazione con Israele formulata nei suoi confronti si sarebbe basata esclusivamente sulla natura della sua attività professionale e su precedenti viaggi effettuati per lavoro.
L'ong sostiene inoltre che, durante il periodo di detenzione, gli apparati di sicurezza iraniani avrebbero esercitato forti pressioni sui familiari del giovane affinché non rendessero pubbliche informazioni sulla sua situazione giudiziaria.
Le accuse formulate da Hengaw non hanno trovato una verifica indipendente completa, ma si inseriscono in un quadro di denunce riguardanti l'accesso alla difesa, l'utilizzo delle confessioni e le pressioni esercitate sulle famiglie dei detenuti.
Le proteste di gennaio e la repressione delle autorità
Le esecuzioni sono legate all'ondata di manifestazioni scoppiata in Iran alla fine di dicembre 2025, inizialmente alimentata dalle difficoltà economiche, dall'inflazione e dall'aumento del costo della vita. Nel giro di pochi giorni la mobilitazione si trasformò in una protesta politica contro il sistema di potere della Repubblica islamica, coinvolgendo numerose città. Le giornate dell'8 e 9 gennaio segnarono uno dei momenti più drammatici. Le forze di sicurezza intervennero per reprimere le manifestazioni e si registrarono scontri e numerose vittime.
Il bilancio complessivo resta controverso. Le autorità iraniane hanno parlato di oltre tremila morti, attribuendo gran parte delle violenze ad azioni terroristiche sostenute da potenze straniere. Le organizzazioni indipendenti per i diritti umani hanno invece denunciato un numero di vittime molto più elevato e accusato le forze di sicurezza di aver sparato deliberatamente sui manifestanti.
Karaj, teatro delle tre esecuzioni annunciate domenica, era stata una delle città maggiormente coinvolte nelle proteste e nelle successive operazioni di arresto.
Almeno 39 impiccagioni e centinaia di persone a rischio
Secondo i dati raccolti da Iran Human Rights, dal 19 marzo sono state giustiziate almeno 39 persone per accuse riconducibili alle proteste tra dicembre 2025 e gennaio 2026. La cifra rappresenta un conteggio minimo basato sui casi documentati dall'organizzazione e non comprende necessariamente tutte le esecuzioni avvenute nel Paese. Il dato testimonia comunque la prosecuzione delle condanne capitali a distanza di molti mesi dalle manifestazioni.
Mahmood Amiry-Moghaddam ha avvertito che altre centinaia di persone, tra manifestanti e detenuti arrestati durante il conflitto che ha coinvolto Iran, Israele e Stati Uniti, potrebbero essere condannate a morte o vedere eseguite sentenze già pronunciate.
L'organizzazione teme che il ricorso alla pena capitale possa intensificarsi ulteriormente e chiede alla comunità internazionale di esercitare pressioni diplomatiche sulle autorità di Teheran.
La guerra e l'aumento delle condanne capitali
La situazione dei detenuti politici si è ulteriormente aggravata dopo l'inizio del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele. Le autorità iraniane hanno intensificato le accuse di collaborazione con potenze straniere, spionaggio e attività contro la sicurezza nazionale, utilizzando anche le disposizioni legislative che prevedono la pena capitale per alcune di queste fattispecie.
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano il rischio che imputazioni legate alla sicurezza dello Stato vengano utilizzate per punire persone coinvolte nelle proteste politiche. Il governo iraniano sostiene invece di perseguire individui responsabili di azioni violente, sabotaggi e attività svolte a favore di Paesi ostili. La contrapposizione tra queste ricostruzioni rende particolarmente importante la possibilità di verificare in modo indipendente le prove e le condizioni in cui vengono celebrati i processi.
L'appello alla comunità internazionale
Le tre impiccagioni di Karaj riaccendono il confronto internazionale sull'applicazione della pena di morte nella Repubblica islamica.
Iran Human Rights sollecita un intervento diplomatico coordinato, soprattutto da parte dell'Unione europea e dei governi che mantengono relazioni con Teheran, affinché venga esercitata una pressione concreta per fermare le esecuzioni.
L'organizzazione chiede inoltre maggiore trasparenza sui procedimenti giudiziari e sulle condizioni dei detenuti, temendo che l'assenza di controlli indipendenti possa favorire ulteriori condanne capitali.
La morte di Hassan Divband, Hamid Kazemi e Reza Zanganeh rappresenta un nuovo capitolo della repressione seguita alle proteste di gennaio. Mentre le autorità iraniane rivendicano la legittimità delle sentenze, le associazioni per i diritti umani continuano a denunciare un sistema giudiziario nel quale le garanzie della difesa rischiano di essere sacrificate in nome della sicurezza nazionale.
