Iran-Usa, il caso delle otto donne "condannate a morte" blocca il negoziato

Trump interviene sui social: «Liberatele». Teheran nega le condanne a morte

iran usa il caso delle otto donne condannate a morte blocca il negoziato

Otto donne iraniane al centro dello scontro tra Stati Uniti e Iran. Il presidente Donald Trump chiede la liberazione, Teheran parla di fake news. Intanto salta il vertice di pace a Islamabad

Il caso politico e mediatico. Otto volti, nessun nome ufficiale, ma una forte pressione internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rilanciato sui social la richiesta di liberazione di otto giovani iraniane, sostenendo che rischierebbero la pena di morte. Un appello diretto ai leader della Repubblica Islamica dell’Iran, arrivato mentre si tentava di organizzare un nuovo vertice diplomatico a Islamabad. Secondo Trump, la liberazione delle donne sarebbe un gesto significativo in vista di possibili negoziati. Ma la risposta iraniana è stata immediata. L’agenzia Mizan, legata al potere giudiziario, ha smentito: nessuna delle donne citate avrebbe una condanna a morte definitiva. Alcune sarebbero già state rilasciate, altre rischierebbero al massimo il carcere.

Le donne e le accuse

Nonostante le smentite ufficiali, il caso resta delicato. Attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno identificato le otto donne, accusate a vario titolo di aver partecipato alle proteste o di aver fornito assistenza ai manifestanti feriti. Tra loro ci sarebbero Bita Hemmati, condannata secondo alcune Ong per aver fomentato rivolte, e Golnaz Naraghi, medico d’emergenza arrestata a Teheran. Altre, come Diana Taher Abadi e Ghazal Ghalandari, sarebbero studentesse adolescenti. Il quadro resta incerto anche perché, nel sistema giudiziario iraniano, le accuse possono evolversi rapidamente e le sentenze non sempre sono definitive fino all’ultimo grado.

Il negoziato mancato

Il caso ha avuto un impatto immediato sul piano diplomatico. Il vertice tra delegazioni americane e iraniane previsto a Islamabad non si è tenuto. La delegazione di Teheran ha rifiutato la partenza, mentre il vicepresidente americano J.D. Vance è rimasto negli Stati Uniti. Secondo analisti internazionali, la mossa di Trump rappresenta una strategia precisa: puntare su un tema simbolico e umanitario per ottenere un risultato concreto, evitando per ora i nodi più complessi come il nucleare o il controllo dello stretto di Hormuz. Ma il tentativo, almeno per ora, non ha prodotto effetti.

Uno scenario ancora instabile

Il contesto resta estremamente fragile. Dall’inizio dell’anno, secondo diverse organizzazioni, in Iran sarebbero state eseguite decine di condanne a morte. Numeri che alimentano il timore anche in assenza di sentenze definitive per le otto donne. Il confronto tra Washington e Teheran resta quindi bloccato, tra accuse reciproche e tensioni politiche. Il destino delle giovani coinvolte continua a rappresentare un simbolo della più ampia battaglia sui diritti civili e sulla libertà nel Paese.