Putin blinda Mosca per il 9 maggio, paura attentati e golpe

Internet limitato, parata ridotta e tregua breve: il V-Day diventa test di sicurezza

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A Mosca il Giorno della Vittoria arriva tra timori di droni, restrizioni digitali e voci non verificate su nuove misure attorno a Putin. Kiev risponde con una tregua anticipata

La parata del 9 maggio, per Vladimir Putin, non è mai stata soltanto una commemorazione. È il rito politico più importante del calendario russo, il momento in cui la memoria della vittoria sovietica sul nazismo viene trasformata in racconto di potenza, continuità storica e destino nazionale. Quest’anno, però, la cornice appare diversa: meno trionfale, più sorvegliata, attraversata dalla paura dei droni ucraini e dal bisogno di proteggere Mosca da un’immagine di vulnerabilità.

Le autorità russe hanno limitato la connessione mobile nella capitale e in altre aree, con conseguenze su pagamenti elettronici, servizi di navigazione e applicazioni di trasporto. La motivazione ufficiale è la sicurezza, in particolare il rischio che le reti mobili possano essere sfruttate per coordinare attacchi con droni. Le restrizioni arrivano dopo settimane di guerra a distanza, con Kiev sempre più capace di colpire obiettivi in profondità nel territorio russo.

La parata che non può più mostrare tutto

Il segnale politico più evidente è il ridimensionamento della parata sulla Piazza Rossa. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’edizione del 2026 sarà priva del consueto apparato di mezzi pesanti, carri armati e sistemi missilistici, una scelta presentata come misura di sicurezza ma letta anche come il riflesso della nuova vulnerabilità russa. Per anni, il 9 maggio è stato il palcoscenico della forza militare di Mosca. Ora diventa anche il luogo in cui il Cremlino deve dimostrare di saper controllare il proprio spazio aereo.

La guerra dei droni ha cambiato la grammatica del potere. Non serve più arrivare con un esercito alle porte della capitale per incrinare l’immagine di inviolabilità. Bastano velivoli senza pilota, lanciati a grande distanza, capaci di superare difese stratificate e colpire edifici simbolici o infrastrutture strategiche. In questo contesto, anche una parata diventa un bersaglio potenziale.

La mini-tregua e la risposta di Kiev

Putin ha annunciato una tregua unilaterale per l’8 e il 9 maggio, legandola alle celebrazioni del Giorno della Vittoria. La mossa è accompagnata da un avvertimento: eventuali violazioni ucraine potrebbero provocare una risposta militare russa. Volodymyr Zelensky ha replicato proponendo un cessate il fuoco anticipato, a partire dalla notte tra il 5 e il 6 maggio, e ha fatto sapere che Kiev valuterà il comportamento russo prima di decidere i passi successivi.

La tregua, dunque, non appare come l’avvio di un negoziato, ma come una sospensione tattica caricata di significato politico. Per Mosca, serve a proteggere il rito del 9 maggio. Per Kiev, è un modo per mettere alla prova la sincerità russa e respingere l’idea che la sicurezza della capitale russa possa valere più di quella delle città ucraine bombardate ogni notte.

Il nodo dei bunker e delle voci di golpe

Sullo sfondo circolano anche indiscrezioni su un rafforzamento della sicurezza personale di Putin e su presunti timori di attentato o di golpe. Alcune ricostruzioni, attribuite a un rapporto di intelligence europeo ottenuto da media investigativi russi, parlano di misure eccezionali attorno al presidente e di tensioni negli apparati di sicurezza. Si tratta però di informazioni da trattare con cautela: non risultano conferme indipendenti definitive e, in passato, molte voci sulla salute o sull’isolamento del leader russo si sono rivelate difficili da verificare.

Resta il fatto politico. Il potere putiniano, costruito anche sulla distanza fisica dal rischio e sul controllo verticale delle informazioni, appare oggi più concentrato sulla propria sicurezza. L’immagine del leader isolato, protetto da cerchie ristrette e apparati fedeli, non nasce con questa fase della guerra. Ma la pressione dei droni, l’incertezza militare e il costo crescente del conflitto la rendono più visibile.

Un rito patriottico sotto pressione

Il 9 maggio resta il cuore della narrazione russa. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha definito molto atteso il discorso di Putin, come accade quasi ogni anno alla vigilia della celebrazione. Ma l’attesa del 2026 è meno legata alla retorica della vittoria e più alla tenuta del dispositivo di sicurezza. La domanda non è soltanto cosa dirà il presidente russo. È se Mosca riuscirà a celebrare la propria invulnerabilità senza mostrare il contrario.

La parata in tono minore racconta proprio questo scarto. Il Cremlino continua a usare la memoria della Seconda guerra mondiale per legittimare la guerra in Ucraina, ma la realtà del conflitto entra ormai dentro la capitale russa. I droni, le restrizioni digitali, la tregua di due giorni e le indiscrezioni sulla sicurezza presidenziale compongono un quadro nuovo: non quello di una Russia sconfitta, ma di una Russia costretta a difendere persino il suo rito più solenne.