C’è un silenzio pesante attorno a Chequers, la residenza di campagna dove Keir Starmer ha scelto di chiudersi nel fine settimana più difficile della sua carriera politica. Non è più soltanto una crisi di popolarità, né una ribellione di corrente. È una resa dei conti dentro il Labour, con il premier costretto a decidere se farsi da parte o affrontare una battaglia che rischia di consumare il partito e il governo.
Secondo l’Observer, Starmer potrebbe annunciare già lunedì un percorso ordinato verso l’uscita da Downing Street. La formula, se arriverà, servirà a evitare l’immagine di una caduta precipitosa. Ma nella sostanza il nodo è lo stesso: una parte crescente dei deputati laburisti considera chiusa la sua stagione e guarda ad Andy Burnham come all’uomo capace di recuperare consensi, soprattutto nel Nord dell’Inghilterra.
Il bunker di Chequers
Da venerdì il premier lavora al telefono con ministri, parlamentari, consiglieri e vecchi alleati. Accanto a lui c’è la moglie Victoria Starmer, figura riservata ma ascoltata, descritta da chi conosce il premier come una presenza decisiva nei momenti di scelta. È anche da quel cerchio familiare che arriva la spinta a non consegnare il potere senza combattere.
Starmer, raccontano fonti vicine al governo, si sente accerchiato e tradito. Il bersaglio politico è Burnham, l’ex sindaco di Manchester che con la vittoria nella suppletiva di Makerfield ha trasformato una prova locale in un passaggio nazionale. Quel successo, ottenuto contro la pressione di Reform UK e di Nigel Farage, ha dato al “re del Nord” la legittimazione parlamentare che gli mancava per tentare la scalata.
La paura del dopo
A Downing Street si tenta di smontare l’idea che Burnham sia già il successore naturale. Nell’entourage del premier circolano dossier e argomenti contro il rivale: la sua popolarità sarebbe meno solida fuori dal perimetro del Nord, il suo profilo più efficace nelle campagne che nella gestione quotidiana del governo, il suo consenso nazionale meno compatto di quanto racconti l’entusiasmo delle ultime ore.
È una controffensiva fragile, perché arriva quando molti nel Labour non discutono più soltanto del nome del leader, ma della sopravvivenza politica del partito. Dopo la vittoria larga del 2024, il governo Starmer ha perso slancio, ha accumulato tensioni interne e non è riuscito a trasformare la maggioranza parlamentare in un sentimento stabile nel Paese. La crescita dei Verdi e la pressione di Farage hanno fatto il resto, alimentando il timore di un collasso elettorale prima ancora della prossima scadenza nazionale.
I ministri e la linea dell’uscita ordinata
Il segnale più grave per il premier arriva dal governo stesso. Alcuni ministri non parlano più di resistenza, ma di “realtà politiche” da riconoscere. È il linguaggio con cui, a Londra, si prepara spesso una transizione prima che venga pronunciata la parola dimissioni. L’obiettivo dei fautori dell’uscita ordinata è evitare una conta sanguinosa, fissare un calendario e lasciare al partito il tempo di scegliere un nuovo leader senza trascinare il Paese in settimane di paralisi.
Per Starmer, però, dimettersi adesso significherebbe ammettere che il progetto costruito in anni di opposizione non ha retto alla prova del governo. Significherebbe anche consegnare a Burnham il racconto di una leadership più vicina al Paese reale, meno tecnocratica, più capace di parlare alle periferie e agli elettori perduti del Labour.
Domani davanti al bivio
La giornata di domani può diventare il punto di svolta. Se Starmer sceglierà di annunciare un calendario per l’addio, il partito entrerà subito nella fase della successione. Se invece deciderà di resistere, la crisi si sposterà nel gruppo parlamentare, dove il numero dei deputati pronti a sostenere Burnham potrebbe diventare decisivo.
In entrambi i casi, il premier appare più solo di quanto fosse solo una settimana fa. Chequers, pensata come rifugio, è diventata il luogo della verità politica. Fuori, il Labour aspetta. Dentro, Starmer deve scegliere se difendere fino all’ultimo la propria premiership o provare a salvare almeno l’uscita di scena.
