Quello zainetto rosso è l’immagine di una Napoli feroce

Una giornata di tweet e post che mostrano la pochezza di tutta la classe dirigente.

Napoli.  

Uno zainetto rosso di Spider-Man abbandonato per terra affianco ad un lenzuolo bianco che copre un cadavere. Il tutto avvolto e delimitato da un nastro bianco e rosso che prova a perimetrare un incubo che, in una normale mattinata di periferia, ci consegna la feroce realtà di Napoli.

Una sparatoria davanti ad una scuola dell’infanzia all’orario in cui i bambini entrano per iniziare la giornata scolastica. Un agguato in pieno stile camorristico, 12 colpi di postola, vetri di un’auto che vanno in frantumi. A terra resta il corpo senza vita di Luigi Mignano, al suo fianco il figlio Pasquale ferito e quello zainetto rosso, probabilmente del nipotino di soli tre anni che i due stavano accompagnando a scuola

Una scena di terrore, un’immagine della violenza e dell’instabilità di una città piegata alla criminalità, di una Napoli che dal centro alle periferie è unita dagli spari, dai proiettili e dal sangue versato.

Eppure è la stessa Napoli che fa registrare i numeri da record del turismo, quella città che nelle parole del sindaco “rivoluzionario” Luigi de Magistris, sta vivendo una primavera, una rinascita, nella quale si respira amore e riscatto. 

La stessa Napoli nella quale crollano i palazzi storici, inghiottiti da quella città che corre nel sottosuolo e che ancora oggi resta inesplorata e in gran parte inutilizzata. 

La stessa Napoli che è ultima nelle classifiche della qualità della vita, sia in quelle calcolate tenendo conto esclusivamente dei parametri economici che quelle che invece valutano anche i livelli dei servizi offerti e le condizioni sociali. 

Napoli è da sempre la città delle contraddizioni ma, oggi più che mai, è oggetto di una sovraesposizione mediatica che sfrutta la città e le sue sofferenze da una parte e che vende le sue potenzialità, i suoi cliché e le sue eccellenze dall’altra. Un’operazione  che distoglie l’impegno dalla realtà per concentrarlo nella comunicazione, nelle dichiarazioni, nelle polemiche, nello scaricabarile delle responsabilità. 

Ieri, davanti alla ferocia di un agguato che altrove sarebbe diventato un momento di riflessione profonda, le istituzioni e i riferimenti politici hanno invece pensato di utilizzare questo dramma come clave per inutili e vacui attacchi di parte. Il Pd che ha dimenticato cosa significa parlare alle persone e confrontarsi realmente con i problemi concreti delle comunità più deboli e marginali, ha pensato di poter usare l’episodio come l’ennesima occasione per lanciare il proprio debole attacco al ministro Salvini e alla sua propaganda. 

Il Sindaco, con la sua tipica capacità di scansare ogni responsabilità, ha seguito i democratici e invece di fermarsi anche solo un momento per riflettere sulla marginalità, sul degrado e sull’abbandono che troppi territori della città sono costretti a vivere in questi anni, ha ben pensato che fosse il momento adatto per trovare l’ennesimo pretesto per alimentare uno scontro con quel Salvini che da sempre per lui rappresenta un avversario ma anche un modello di comunicazione.

La destra azzurra di Forza Italia con Mara Carfagna ha tenuto una posizione equidistante, cercando i colpevoli nelle istituzioni locali come in quelle nazionali.

Il Presidente De Luca, preceduto dal figlio deputato Piero, ha attaccato il governo e anche lui sembra estraneo davanti alla barbarie che si è consumata a San Giovanni. 

I 5 Stelle, che in questo quartiere hanno raggiunto percentuali elettorali da capogiro, sono stati capaci di esaltare il lavoro fatto dal Governo de “cambiamento” Anche davanti ad un chiaro fallimento. La Lega prima ha attaccato il Sindaco e poi  Salvini ha addirittura fatto un tweet sugli arresti e sulla diminuzione dei reati, come se l’agguato di San Giovanni neanche fosse accaduto.

Le istituzioni non sono fuggite davanti alle responsabilità. Non sono fuggite perché a San Giovanni non sono neanche arrivate, non ci sono e non ci sono state negli ultimi anni. Non c’è stato il comune degli arancioni, non c’è stato il Pd di Renzi e dei vari ras locali, non c’è stata la destra, non c’è stato il governo di Di Maio e di Salvini.

“Ci sentiamo abbandonati” sono state le parole di Valeria Pirone, la preside dell'Istituto Vittorino da Feltre la scuola dell’infanzia davanti alla quale è avvenuto l’agguato. Sono parole che risuonano come un grido in una giornata di feroce violenza. Sono urla di dolore che dovrebbero squarciare il disinteresse quotidiano delle istituzioni. 

Quelle parole sono un grido che però viene coperto e assopito dalla squallida girandola di dichiarazioni, attacchi trasversali, tweet e post che mostrano la pochezza di tutta la classe dirigente e il vuoto di idee e di autorevolezza che ha invaso la politica e le istituzioni.