Pompei torna viva, l’app mostra gli scavi com’erano: gratis solo 2 settimane

Alla Casa del Citarista debutta Portyl, tra realtà aumentata e ricerca archeologica

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Con tablet e smartphone il visitatore vede domus, teatri e anfiteatro nella Pompei del 79 d.C. La nuova app è gratuita fino al 15 luglio, poi avrà contenuti a pagamento

Pompei.  

A Pompei il passato non resta più soltanto pietra, traccia, frammento. Da oggi può ricomporsi davanti agli occhi del visitatore, stanza dopo stanza, attraverso lo schermo di un telefono o di un tablet. La novità si chiama Portyl, l’app di realtà aumentata presentata nel Parco archeologico di Pompei in occasione della riapertura della Casa del Citarista, una delle domus più grandi e significative della città antica.

Il progetto porta dentro gli scavi una tecnologia capace di sovrapporre alle rovine le ricostruzioni degli ambienti com’erano prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Non un semplice effetto scenico, ma un lavoro costruito su dati archeologici, rilievi digitali e modelli scientifici. Il risultato è una visita in cui mosaici, affreschi, statue e architetture tornano a dialogare con i luoghi reali.

La domus che diventa laboratorio

La Casa del Citarista è il punto di partenza della nuova esperienza. La dimora, scavata a partire dall’Ottocento e legata alla famiglia dei Popidii, conserva una storia complessa, fatta di ambienti monumentali, decorazioni trasferite nel tempo al Museo archeologico nazionale di Napoli e copie oggi ricollocate negli spazi originari. Con l’app il visitatore può rivedere idealmente il pavimento a mosaico, la statua di Apollo Citarista e il gruppo scultoreo dei cinghiali nel loro contesto.

È qui che ricerca e narrazione si incontrano. La ricostruzione digitale non sostituisce la rovina, ma la rende più leggibile. La tecnologia aiuta a capire ciò che il tempo ha cancellato o disperso, restituendo profondità a un patrimonio che spesso, senza mediazione, rischia di apparire muto ai non specialisti.

Pompei tra intelligenza artificiale e realtà aumentata

Alla base di Portyl c’è un sistema di geolocalizzazione che riconosce la posizione del visitatore negli spazi abilitati. In questo modo l’immagine ricostruita si aggiorna mentre ci si sposta, permettendo di passare da una stanza all’altra o da un’area monumentale all’altra senza interrompere l’esperienza.

L’app sarà utilizzabile anche in altri luoghi simbolo del sito, tra cui il Foro, il Teatro Grande, l’Odeon e l’Anfiteatro. Davanti al teatro possono comparire scene di vita e spettacolo; nell’area dell’anfiteatro l’immaginario dei gladiatori torna a occupare lo spazio antico. Il progetto punta a parlare a pubblici diversi, dai turisti internazionali agli studenti, offrendo contenuti in più lingue.

Il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, ha indicato nella tecnologia digitale una possibilità concreta per allargare l’accesso alla conoscenza del patrimonio, sottolineando però la necessità di mantenere rigore e controllo scientifico. È il punto decisivo: l’archeologia aumentata può diventare uno strumento potente solo se non cede alla spettacolarizzazione fine a se stessa.

Gratuita fino a metà luglio

La fase di lancio prevede l’accesso gratuito fino al 15 luglio. Successivamente l’app offrirà una versione base con alcuni contenuti liberi e contenuti immersivi a pagamento. Sarà inoltre possibile noleggiare tablet già configurati presso i servizi del Parco.

L’operazione nasce dalla collaborazione con Histoury Inc, società statunitense che ha lavorato alla trasformazione dei dati scientifici in ambienti digitali fruibili. Nel percorso hanno avuto un ruolo anche competenze italiane e universitarie, con studi e ricostruzioni legati alla Casa del Citarista e alla figura dell’Apollo in bronzo.

Per Pompei è un passaggio culturale rilevante. Dopo anni in cui la sfida principale è stata conservare, restaurare e mettere in sicurezza, ora il sito prova a cambiare anche il modo in cui racconta se stesso. La città sepolta non viene soltanto mostrata: viene ricostruita, spiegata, rimessa in scena. Con una domanda che resta aperta e centrale per tutti i musei del futuro: fino a che punto la tecnologia può aiutare a vedere meglio il passato senza trasformarlo in finzione.