Se il comizio a tre teste di Piazza del Gesù ha offerto la fotografia dell’opposizione dura a Giorgia Meloni, i veri destini del fronte progressista si stanno giocando nelle stanze della diplomazia centrista e civica. A lanciare il sasso nello stagno è Alessandro Onorato, leader di Progetto civico Italia e figura chiave della giunta capitolina, che dalle frequenze di AdnTalks disegna una traiettoria precisa, indicando nel sindaco di Napoli Gaetano Manfredi non un semplice ospite di pietra, ma il potenziale punto di caduta dell'intera coalizione.
L’analisi di Onorato intercetta un bisogno strutturale del campo largo, orfano di una leadership che sappia superare i veti incrociati e federare quell'arcipelago di forze civiche, liberali ed europeiste che faticano a riconoscersi nei tre partiti di vertice.
"Io credo che Gaetano Manfredi - dice Onorato - possa essere la risposta al nostro grande quesito, che possa essere il garante, il federatore non tanto del centro, ma di tutte quelle realtà politiche - civiche, europeisti, liberali - che non si riconoscono nei tre principali partiti del centrosinistra, che si possono unire con un progetto chiaro e netto con una figura autorevole abituata a risolvere le questioni". D'altronde per Onorato il presidente dell'Anci, il "sindaco dei sindaci", "ha le qualità per fare qualunque cosa". Che, però, possa essere proprio Manfredi a correre per le primarie ancora non è dato saperlo, sicuramente Progetto civico ci sarà.
In questo contesto, l'ipotesi delle primarie cessa di essere un mero esercizio di stile per trasformarsi nello strumento di legittimazione di una leadership alternativa, un'arena in cui l'area civica si dice pronta a scendere in campo con un proprio candidato qualora le riforme elettorali imponessero l'indicazione diretta del premier.
Il nodo della legge elettorale resta d'altronde il grande catalizzatore delle manovre di palazzo. La dialettica politica si consuma sul timore di liste bloccate e sulla difesa del sistema delle preferenze, una battaglia che Onorato e i sindaci del territorio rivendicano con la forza di chi è abituato a misurare il consenso sul campo, a differenza di una classe parlamentare spesso nominata per cooptazione. Questa sicurezza si traduce in un guanto di sfida lanciato sia al centrodestra, descritto in perenne crisi di nervi sulle geometrie istituzionali, sia a quell'area centrista che rischia l'irrilevanza a causa di personalismi esasperati. L'attacco frontale a Carlo Calenda, bollato come portatore di voti occulti alla maggioranza di governo, e la netta distanza presa dalle formule di annessione proposte da Maria Elena Boschi per l'area riformista, dimostrano che la costruzione della cosiddetta "quarta gamba" della coalizione non passerà per una banale sommatoria di sigle, bensì per una convergenza programmatica radicale.
Mentre l’ossatura del centrosinistra cerca faticosamente una quadra che possa includere anche il Movimento 5 Stelle in una nuova veste di forza matura di governo, il modello Napoli viene evocato come l'unico laboratorio capace di far coesistere anime distanti, dove persino le frizioni sulla politica estera e sul supporto internazionale trovano una sintesi nella diplomazia. La figura di Manfredi emerge così come l'unica risorsa spendibile per tradurre le battaglie sui salari e sui diritti costituzionali in un programma di crescita che parli ai giovani e freni l'astensionismo. La lunghissima corsa verso le urne è appena iniziata, ma lo scenario di un "federatore delle cose" proveniente dal Sud sembra l'unica formula capace di sottrarre il campo progressista alla sua congenita tendenza alla conservazione e all'autodistruzione.
