Il caso Vásquez-De Bruyne a Marassi non è solo una pillola di moviola: è il manifesto d’apertura di una rivoluzione culturale che il nostro calcio rinviava da un decennio.
Inutile nascondersi dietro un dito: negli ultimi nove anni, da quando la tecnologia ha fatto il suo ingresso nelle nostre vite, una spinta come quella del fuoriclasse belga al difensore del Genoa sarebbe stata cancellata dal VAR prima ancora che la palla toccasse la rete. E Vásquez è finito a terra proprio per questo. Il braccio di De Bruyne è sì autorevole, ma per rango del proprietario, non certo per potenza, specie se opposto ad un centrale sudamericano che fa della stazza e dell'impatto fisico la sua dote principale.
Va deto pure e abbastanza pacificamente che se la situazione si fosse verificata a parti invertite, nell'area azzurra, la piazza partenopea sarebbe insorta. Quando l'orizzonte delle regole cambia, chi per anni ha costruito le proprie abitudini entro determinati confini s'infuria.
L'abitudine, in fondo, è il vero cuore della questione. Vásquez cade perché il calcio italiano lo ha educato all'idea che qualsiasi sfioramento fosse un salvacondotto, una sorta di "tana libera tutti" per azzerare ogni pericolo e prendersi la punizione di scorta. Ma eravamo arrivati all'iperbole: spezzettare il gioco per ogni minima imperfezione, punendo persino i sussurri, era una piega grottesca e tutta nostrana. Una delicatezza esasperata che non ha portato grandi fortune, visti i recenti affanni dei nostri club in Europa e le sofferenze della Nazionale.
In Premier League, ma in generale in quasi tutti i campionati europei, quel duello tra De Bruyne e Vásquez non avrebbe fatto alzare un solo sopracciglio. Il centrale del Genoa, casomai, si sarebbe preso i rimbrotti dei propri compagni per essersi trasformato troppo facilmente in "Casquez", finendo travolto dall'etichetta di "quello che ci prova".
Il calcio è e resta uno sport di contatto. Se da anni ci lamentiamo dell'eccessiva fragilità con cui i nostri interpreti cercano il fischio, non possiamo smentirci al primo episodio controverso. La rotta intrapresa dal designatore Orsato è quella giusta: una strada che richiede coraggio e accettazione. Che oggi ci regali la gioia di un gol pesante firmato De Bruyne o che domani finisca per punirci, poco importa: restituire virilità e continuità al gioco è uno dei segreti per tornare a parlare la stessa lingua del grande calcio europeo.
