Maledetta sera d'estate. Ora vivo su una sedia a rotelle

Un terribile incidente. «Volevo alzarmi, chiamare mia moglie. Ma qualcosa me lo impediva»

La storia di Erminio Manganiello. «Quella sera, il 29 giugno del '99 persi l'uso delle gambe». La dura lotta per tornare a vivere. Una battaglia vinta. Grazie anche all'amore.

Avellino.  

«Caddi a terra. La strada era cosparsa di sangue. Non avevo più le gambe».

C'è da piangere. Eppure lui sorride nel raccontarlo. Sorride perché ce l'ha fatta. Il sorriso della vittoria.

Ha 50, Erminio Manganiello. Residente a Serra di Pratola. Costretto a vivere su una sedie a rotelle da ben 17 anni.

Una fatalità. Già, quel maledetto 29 giugno del 1999 fu una fatalità.

«E' stata la passione per la moto a rovinarmi - racconta -. Una sera come tutte le altre ero sul mio mezzo. Mi arrivò una telefonata. Era mia figlia Marika di cinque anni. "Papà ritorna, devo farmi la doccia", mi disse».

Ma a casa Erminio non ci ritorna. «Nove meno un quarto. Ero arrivato all'incrocio tra Serra di Pratola e Montefalcione. Viaggiavo a 27 km/h. Sbuca fuori una macchina. All'improvviso. Mi coglie in pieno. Salto dalla moto e mi ritrovo a terra. Ero in stato confusionale. Volevo alzarmi, chiamare mia moglie. Ma qualcosa me lo impediva. Ebbene sì, avevo perso l'uso delle gambe».

Immediati i soccorsi. «Arrivò l'ambulanza. Fui caricato sulla barella. Destinazione Moscati - continua -. Una volta arrivato, mi fecero la tac. Non erano molte e speranze che rimanessi in vita. Così venni trasferito al "San Leonardo" di Salerno. Ci rimasi 34 giorni. Un'eternità. Giorni d'inferno», dice.

«Le piaghe mi ricoprivano il corpo. Venni messo in un letto ad acqua. Il letto migliorava ma non curava. Caddi in una sorta di depressione. Era agosto, faceva un caldo della misera. E io paralizzato, per di più con la febbre a 40. Ho pianto. Ho pianto tanto. Non pensavo di poter sopportare quel male crudele. O meglio, pensavo di poterlo sopportare. Ma facendola finita».

La famiglia. Unica forza. «Il giorno più bello fu quando mia moglie varcò la soglia della stanza d'ospedale. Il paradiso nell'inferno. Lei faceva di tutto per farmi stare bene. Mi portava le foto di mio figlio nato appena quindici giorni prima dell'incidente. In tal modo potevo vederlo crescere. Anche se da lontano - continua -. Non sono stato un padre presente nei suoi primi mesi di vita. Ricordo che i primi tempi non mi riconosceva, non riusciva a chiamarmi papà. Ne ho sofferto. Ma oggi posso dire di essere un esempio per mio figlio», dichiara.

Trasferimento al Cto di Roma. «Incominciai a stare meglio. L'energia positiva che Annamaria, mia moglie, mi trasmetteva era incredibile. La amavo come non mai. La amo tuttora».

Breve permanenza. Meno breve quella al "Montecatone Hospital" di Imola. «Ci sono stato sei mesi al centro di riabilitazione. I medici furono molto severi con me. Severità che mi servì tanto. Mi insegnarono a vestirmi, a lavarmi, ad alzarmi e ad andare in bagno. Tutto da solo. Nessun aiuto. Loro spiegavano e io eseguivo. Ricordo una volta impiegai un'ora e mezza per infilarmi un pantalone. Ci misi tempo, è vero. Ma ne è valsa la pena. Fu una grande conquista per me. Finalmente incominciavo a volermi bene di nuovo. A volermi bene davvero».

Le vacanze di Natale sono alle porte. Erminio riceve il regalo più bello. «Era una mattina. Avevo una sensazione dentro me, non so come spiegare. Ero contento. Poi ne ho scoperto il motivo - continua -. Il mio medico entrò nella sala. Sorrideva. Mi disse che ero stato dimesso. Non avevo più bisogno di assistenze mediche. Avevo acquisito la giusta autonomia per affrontare la mia quotidianità. Fantastico. Avrei festeggiato il Natale con mia moglie. Avrei rivisto i miei bambini. Gioia indescrivibile», afferma.

Casa dolce casa. «Per molto tempo sono stato a casa dei miei suoceri. Io abitavo in un palazzo e le scalinate erano un grande problema per me e la mia sedia a rotelle. I genitori di mia moglie si sono presi cura di me come se fossi un secondo figlio. Hanno colmato il vuoto lasciato da mia madre. Non è venuta a trovarmi, a vedere come stavo. Mai. Solo mio padre c'è stato».

Il ritorno ha un obiettivo ben preciso. «Volevo imparare a portare la macchina adatta alle mie possibilità. Una macchina automatica. Ero determinato. E, grazie a lezioni apposite, ci riuscii. Ormai nulla mi faceva paura. Dovevo riniziare daccapo, per forza. Altre vie non ce n'erano», puntualizza.

«Si, le cure erano finite ma gli accertamenti no. Ogni due mesi dovevo andare a controllo. E proprio in uno dei miei controlli che ricevetti una telefonata da mia moglie. Papà non stava bene. Capii che gli sarebbero restati pochi giorni. Così feci subito ritorno al mio paese. Giorno e notte le dedicavo a lui. Gli fui accanto ventiquattro ore su ventiquattro. Gli fui accanto fino al giorno della sua morte. Altro duro colpo», conferma.

Anni duri. Abituarsi alla nuova vita non è facile, ovvio. «Cinque anni. Arco di tempo nel quale mi sono abituato al nuovo vivere. Mia moglie onnipresente. Fino al 2006 ha lavorato e mi ha badato. Lei una superdonna lo è davvero. Volevo fare qualcosa per renderla fiera di me, per ringraziarla. Un lavoro adatto alle mie condizioni era quello che ci voleva. Un'idea mi balzò alla mente. Un'agenzia di viaggi nel centro di Atripalda».

«Prima dell'incidente ero un'autista di pullman. Avevo una ditta con mio padre. Dunque, ero esperto del settore. Mia moglie si licenziò per dedicarsi completamente a me e alla nuova attività. Attività che sembra dare soddisfazioni».

Le soddisfazioni hanno la durata di soli quattro anni. 2010. Ulteriore infortunio. «C'era aria di cambiamento. Difatti mi ristabilii a casa, nel palazzo. Una soluzione per scendere e salire le scale la trovammo: lo scoiattolo montascale. Ma non si rivelò la scelta migliore. Ad aprile, l'aggeggio si sganciò dalla ringhiera. Caddi giù dalla scalinata. Mi fratturai un braccio. Il risultato? Tre mesi di ricovero e l'agenzia in fallimento», racconta.

Tuttavia, il vero danno consiste nel non lottare. Non nel fallire. Erminio lotta. Con tutte le sue forze. «Innanzitutto costruimmo una casa tutta nostra. Adatta alle mie esigenze. Senza scale e con bagno attrezzato».

Nuova casa, nuovo lavoro. Morto un Papa se ne fa un altro. «Io e la mia famiglia dovevamo rimboccarci le maniche. Volli così realizzare un sogno di mia moglie. Aprire una pizzeria - continua -. Fu così che la nostra cantina si trasformò in pizzeria», dice.

Diciannove novembre 2014. Inaugurazione de "La locanda del Tiglio". «L'ho battezzata "Locanda del tiglio" in onore di piazza Tiglio (la piazza principale di Serra, il mio paese). Tante sono le specialità del posto. Una è la pizza con le polpette serrentane. Squisita. Inoltre la mia è uno dei pochi locali alla portata di tutti. Disabili e non. Non ha scale e il bagno è attrezzato».

«Oggi la mia pizzeria mi riempie di orgoglio e soddisfazione. Penso a quanto ho potuto fare e dare a me stesso. Sono ripartito da zero. Ne vado fiero. E' per questo che la pietà della gente non mi va giù. Sono i pregiudizi a infastidirmi. "Poverino", "E' impossibile vivere in quelle condizioni" oppure la tipica domanda "Ma non ti senti diverso?" E perché dovrei esserlo. Insomma, io sono come tutti quanti gli altri. L'unica differenza è che io vivo da seduto. Non mi pento di nulla. Anzi ho realizzato tutti i miei sogni. Come viaggiare. Una mia grande passione. Ho viaggiato molto. E sono andato persino al mare. In spiaggia, in acqua. Tutto grazie ad attrezzature apposite».

Erminio non è solo l'esempio di chi ha guardato dritto negli occhi la vita e l'ha sfidata. Ma è soprattutto un esempio morale. «Mi ritengo fortunato. Ringrazio quel 29 giugno. L'incidente mi ha fortificato. Paradossale ma vero. Ora qualsiasi difficoltà è vana in confronto a quello che ho passato. Sono diventato più riflessivo. Nell'ipocrisia, nell'ignoranza collettiva io non mi ci rispecchio più. E' vero, sono invalido. La mia sedia a rotelle non mi permette di alzarmi. Ma prima ero cieco. Non riuscivo a vedere la realtà. Non stavo mai con la mia famiglia. Non riflettevo. Beh, l'incidente mi ha riaperto gli occhi. Concludo. Meglio non avere le gambe che essere rinchiuso nella cecità».

Mariagrazia Mancuso*

(Studentessa del corso di giornalismo il "Vivaio di Ottopagine", organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)