di Luciano Trapanese
«Mio padre è rimasto quattro giorni su una barella, nel pronto soccorso, senza nessuna assistenza: aveva un ictus».
«Ho portato mio figlio al Moscati per delle macchie rosse. Il medico mi ha quasi insultato: lo riporti a casa, è un'orticaria. Aveva invece una malattia da immunodeficienza».
«Sono andata a prenotare una visita neurologica al Cup. Il medico curante ha scritto: urgente. Mi hanno detto di spettare sei mesi. Non ho soldi per una visita privata. L'alternativa: non mi curo».
Sono solo alcuni dei numerosi messaggi arrivati in posta e su messenger dai nostri lettori. Hanno tutti lo stesso tenore. Descrivono la stessa situazione. Declinano con parole simili il disastro completo della sanità campana.
Se i pronto soccorso sono mari in tempesta e le liste d'attesa hanno tempi più lunghi di un processo penale, non è colpa di medici o infermieri. Con o senza assenteisti. In quel caso la soluzione sarebbe semplice. Il problema – e lo sapete bene – è molto più complesso.
Il turn over ha ridotto drasticamente il personale. La chiusura di molti ospedali ha riversato tutte le urgenze sulle strutture rimaste aperte. La rete di primo intervento (medici di base, guardie mediche e così via), non è partita. E lascia interi territori in balìa degli eventi (esempio: chi viene colpito da infarto in Alta Irpinia non ha molte chance di salvarsi la vita).
Per una ecografia si può aspettare anche otto mesi, per un banale intervento due anni. L'alternativa è la sanità privata. Ma non è per tutti.
I dati del Censis sono impietosi: undici milioni di italiani nel 2016 hanno rinunciato a curarsi. Quasi tutti del Sud. E moltissimi sono campani.
Costi alti e liste d'attesa infinite sono una costante anche per le prestazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea). Sarebbero un diritto dei cittadini. Un diritto negato.
In questo quadro la sanità campana è stata definita la peggiore d'Italia. Un napoletano ha una attesa di vita inferiore di tre anni rispetto a un milanese.
Sono crollati gli interventi di ortodonzia: si risparmia sulla cura dei denti, soprattutto per i bambini. Le conseguenze si vedranno in futuro.
Insomma, uno sfascio. Che è sotto gli occhi di tutti, ogni giorno. Eppure si fa poco. Non si va oltre il solito, insopportabile, rimpallo di responsabilità.
E' colpa del governo, della Regione, dei commissari. Alla fine: non è colpa di nessuno.
Paghiamo sulla nostra pelle gli anni degli sprechi sfrenati. Quando la politica ha utilizzato la sanità per assicurarsi un bacino enorme di clientele. Quando si aprivano ospedali in ogni dove. Quando tanti laboratori di analisi fantasma fatturavano – chissà come – milioni di euro (che lo Stato doveva rimborsare). Quando sono stati spesi fiumi di denaro per macchinari all'avanguardia poi lasciati marcire negli scantinati. Quando i medici disponevano accertamenti costosissimi per qualsiasi sciocchezza. Quando gli anziani venivano ricoverati d'estate – senza un reale motivo – solo per consentire ai familiari di andare in vacanza. Con una spesa farmaceutica esplosa oltre ogni dire.
Paghiamo tutto questo. E' anche colpa nostra. Ma soprattutto di chi l'ha consentita.
Dopo gli anni degli sprechi è arrivata la stagione dei tagli. Lineari, selvaggi. La sanità pubblica è stata trattata coma un'azienda qualsiasi. Ora i bilanci sono quasi in regola. Ma l'assistenza non è più garantita. Soprattutto in Campania, dove i dati sulla “migrazione sanitaria” (pazienti che vanno a curarsi in altre regioni), sono impressionanti.
Ed è così che si assistono ai disastri nei pronto soccorso. Che sono solo il termometro di una situazione a dir poco difficile.
Nel frattempo si fa poco. O meglio, niente. Se non le polemiche e quello stucchevole braccio di ferro tra Governo e Regione. Finirà come al solito, nessuno vince. A perdere saranno sempre gli stessi. Come un pensionato che ci ha chiamato qualche giorno fa: «Ho un sospetto tumore, il medico mi ha ordinato una serie di esami. Al Cup mi hanno detto di aspettare tre mesi e non ho soldi per andare in un laboratorio privato. Nel frattempo posso solo pregare». Ha riagganciato in lacrime.
