di Pasquale Cuomo*
“Vado?”
“Sì, forza vai!”. Di fronte un ragazzino di sette anni che saltella, dietro le colline: sembra quasi di poter toccare gli alberi e le fronde che le coprono. La piazza ampia è un luogo incantato, balcone e teatro. Balcone sul meraviglioso spettacolo che offre la natura e teatro di umanità.
“Vai! Forza”.
Guardo il pallone tra i miei piedi, me ne ricordo finalmente, e il ragazzino impaziente, Ashev, sorride. Calcio il pallone che subito lui rilancia a me. Sette anni, afgano residente a Petruro Irpino. Non mi sarei mai aspettato di giocare a calcio con un bambino afgano, di certo non in provincia di Avellino.
Il sudore inizia a imperlarmi la fronte, lui fresco come una rosa, pimpante. Ogni tanto si guarda intorno.
Calcia il pallone, mette troppa forza. Vado a riprenderlo, mi manca già il fiato.
Mi giro e lo vedo ancora con la faccia sorridente e in attesa, aspetta il pallone. Intorno a lui, a riempire la piazza ci sono altri adulti con i loro neonati, parlano, giocano, qualcuno prima anche aveva giocato con Ashev. Non servirebbe raccontarlo, se non fosse che a giocare con un afgano era stato un padre di famiglia nigeriano che poi presa la figlia in braccio si era messo a chiacchierare con il vice sindaco del paese. Tutto splendidamente normale, come deve essere. Ashev guarda ancora una volta a destra e sinistra. Aspetta qualcuno, ma questo lo capirò dopo. Gli lancio il pallone ancora una volta, lo riceve.
“Devi fare più forte! Più forte!”. Gli sorrido, non posso far altro.
Era sbucato da uno dei vicoletti di Petruro con il pallone sotto il braccio, arrivato in piazza aveva iniziato a palleggiare da solo, uno sguardo e un secondo dopo stavamo giocando insieme. Vengo a sapere che lui e la famiglia sono scappati in Italia dopo l’omicidio di suo fratello, lì non si poteva più stare. Non è un posto dove poter giocare tranquillamente a pallone.
Calcia il pallone, mette troppa forza. Il padre di famiglia lo intercetta e glielo porge.
Stanco mi avvicino a lui per far sì che possa calciare senza mettere troppa forza, un sorriso malizioso da parte sua e poi la palla mi passa tra le gambe. Ridono tutti, lui per primo. Rido anche io.
Si ha la sensazione di essere fuori dal mondo e dal tempo. La strada, le colline e il cielo, non c’è altro intorno. Dietro quelle colline potrebbe esserci qualunque posto, quella strada potrebbe portare lì chiunque e quella porzione di cielo sembra essere un esclusiva della piazza in cui io e Ashev giochiamo. Ancora qualche passaggio, alcuni ancora mi prendono in giro per il tunnel subito, lui invece gioca concentratissimo.
Calcia il pallone, mette troppa forza. Il pallone finisce su uno degli alberi della piazza.
La faccia che ha fatto non credo di poterla dimenticare. La bocca aperta, gli occhi tristi e sbigottiti.
“No! La mia palla!” e subito tutti corrono vicino all’albero per cercare di prenderla, era un tesoro da salvare. Mi avvicino anche io, salto, mi aggrappo a un ramo e la palla cade giù. Non rimbalza nemmeno, è già tra le braccia di Ashiv.
“La mia palla! Sì, la mia palla! La mia palla” urla felice abbracciandola, commosso, abbracciando un super santos arancione, quello con cui tutti siamo diventati grandi.
Arrivano due bambini, fratello e sorella, correndo. Il volto di Ashev si illumina ancora di più, aspettava loro. Mette la palla a terra e la passa a loro. Iniziano a giocare e correre insieme. Posso riposare, sono un giovane vecchio.
“Ashev è arrivato un giorno in piazza con il suo pallone, ha visto quei due ragazzini. Loro sono di El Salvador, tutti e tre erano appena arrivati qui allo SPRAR di Petruro, non conoscevano nemmeno l’italiano. Loro parlano spagnolo, lui pashtu, ma non appena hanno iniziato a giocare a pallone si sono capiti perfettamente.” Mi spiega l’operatrice dello SPRAR. “Ora parlano tra di loro in italiano e giocano insieme tutti i giorni.”
Mi viene da sorridere e un pensiero solo.
“Ashev ha trovato due fratelli qui”.
*Studente del Vivaio di Ottopagine, corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro
