Sembra di stare in guerra, cronache da un pronto soccorso

Medici picchiati, aggrediti e minacciati. «Ora basta, più controlli». Le donne sono più a rischio

sembra di stare in guerra cronache da un pronto soccorso

In Campania quaranta aggressioni al giorno. Tantissimi non denunciano. Ora nel mirino anche i medici di famiglia. Le più a rischio sono le guardie mediche. «Tutta colpa dei tagli e della politica»

di Luciano Trapanese

«Sembra di stare in guerra». Lo ripetono in coro i medici, soprattutto del pronto soccorso. Un po' ovunque. In Campania di più. La lista delle aggressioni subite dai camici bianchi nella nostra regione è lunga, interminabile. Il personale medico e paramedico subisce in Campania una media di 40 aggressioni al giorno. Violenze fisiche e verbali. Insulti, minacce e sputi. A volte pugni, calci e sprangate.

Il 66 per cento dei medici ha subito almeno una aggressione nella sua vita lavorativa. Le donne di più, il 77 per cento contro il 53 dei colleghi maschi. I medici giovani sono più a rischio degli anziani. E ancor più esposti sono i professionisti con contratti da precario.

I motivi più frequenti per “giustificare” queste aggressioni sono i ritardi del 118 o la morte dei parenti. I dati sono in preoccupante aumento. Al punto che a Pavia e Belluno hanno dato il via a corsi di difesa personale per medici. Esempio che è stato seguito anche a Napoli, dalla Societa Italiana dei Medici di psichiatria. Ma non è certo la soluzione.

Più sorveglianza nei pronto soccorso

«Le continue aggressioni ai danni del personale che lavora nei pronto soccorso napoletani non sono più tollerabili e bisogna intensificare la sorveglianza». Lo ha dichiarato il presidente del gruppo consigliare Campania libera, Psi e Davvero Verdi, Francesco Emilio Borrelli, che è anche componente della Commissione sanità alla Regione. «La soluzione migliore – ha aggiunto – sarebbe quella di riportare o rafforzare i drappelli di polizia nel pronto soccorso, anche per poter raccogliere subito le denunce, ma vista la carenza di personale tra le forze dell'ordine, si deve ricorrere all'aumento delle guardie giurate, prevedendo almeno due agenti che operino all'interno delle strutture ospedaliere e non solo all'esterno».

«La spesa che si dovrebbe sostenere – aggiunge Borrelli – per usufruire dei servizi di altre guardie giurate, sarebbe ampiamente giustificata. Medici e infermieri potrebbero lavorare serenamente quando si sta tentando di salvare vite umane. Sarebbe conveniente anche dal punto di vista economico, se si considerano i danni alle persone e alle cose che provocano le continue aggressioni».

«Purtroppo – ha concluso Borrelli, che proporrà alle Asl questa sua idea – ci sono troppi delinquenti e camorristi che già danneggiano lo Stato con le loro attività criminali, e quando sono malati spesso sono anche i protagonisti con i loro familiari di atti violenti e danni a cose e persone durante i ricoveri. A questa gentaglia bisognerebbe applicare un super ticket per consentire agli ospedali di pagare un servizio d'ordine straordinario quando sono ricoverati».

Nove camici bianchi su dieci subiscono in silenzio

La soluzione Borrelli sembra praticabile. Ma le situazioni sono complesse. E non può essere ignorato il caos nel quale versano i pronto soccorso degli ospedali di quasi tutta la regione. E non per colpa di medici o infermieri, ma certamente a causa della chiusura di tanti ospedali che ha riversato su un numero ridotto di strutture una massa enorme di pazienti.

Una situazione critica, difficilmente arginabile. Che crea situazioni di estremo disagio (avete dimenticato i pazienti stesi sul pavimento nell'ospedale di Nola?), e che in momenti di forte stress emotivo – un parente che rischia di morire – generano purtroppo anche reazioni inconsulte. E spesso contro gli incolpevoli camici bianchi.

L'escalation di aggressioni si rileva ogni giorno dalle pagine di cronaca. Ma i dati sarebbero molto più preoccupanti. Anche perché non quantificabili. Nove camici bianchi su dieci subiscono in silenzio, senza presentare denunce.

L'Osservatorio per la sicurezza dei medici

«Rischiamo più noi che i poliziotti», era l'amara riflessione che ci ha consegnato qualche settimana fa un medico avellinese. La lista delle violenze, molte neppure denunciate, si allunga di continuo.

I luoghi più a rischio – secondo uno studio dell'Ordine dei Medici – sono: l'emergenza territoriale, la struttura territoriale del servizio sanitario nazionale, gli ospedali privati, seguiti da quelli pubblici e dagli ambulatori privati.

L'emergenza riguarda l'intero territorio nazionale.

La situazione è così grave che il 13 marzo scorso si è insediato presso il ministero per la Salute l'Osservatorio permanente per la garanzia della sicurezza e per la prevenzione degli episodi di violenza contro gli operatori sanitari. Si occuperà non solo di raccogliere dati (quelli servono solo a confermare l'emergenza), ma soprattutto avrà il compito di fornire le proposte necessarie per prevenire le aggressioni. Norme di legge, ma non solo. Anche misure amministrative e che riguardino l'organizzazione del lavoro.

Cresce la litigiosità fra pazienti e medici

La percentuale delle liti tra pazienti e medici è cresciuta negli ultimi mesi in modo considerevole, tra il quindici e il venti per cento.

La novità riguarda i medici famiglia. Una volta “intoccabili”, ora anche loro sono entrati nella grande famiglia dei camici bianchi nel mirino.

Ma – come detto -la situazione più grave resta quella dei medici del pronto intervento e delle guardie mediche. Soprattutto le donne (alcune hanno subito anche violenze sessuali). Per lo Smi (Sindacato Medici Italiani), nove professionisti su dieci sono a rischio. Il 45 per cento è donna, il 60 subisce minacce verbali, il 20 percosse, il 10 vandalismo, il 10 violenze a mano armata.

Clima teso, medicina difensiva e costi in aumento

Naturalmente il clima teso tra pazienti e medici rende ai limiti dell'impossibile il lavoro del personale. La pressione è altissima. Il timore di sbagliare diventa intollerabile. Tutto questo si tramuta in scelte di medicina difensiva: non si rischia la diagnosi. Ma si sceglie di prescrivere analisi di laboratorio, ricoveri e un gran numero di farmaci. Con un danno per il Sistema sanitario nazionale evidente. Si è calcolato che queste scelte fanno aumentare i costi del dieci per cento.

Tra i motivi di questa situazione anche l'organico a dir poco ridotto nella sanità pubblica. Mancano all'appello decine di migliaia di medici. Per i sindacati dei camici bianchi non ci sono dubbi: «I responsabili di questa emergenza, di queste violenze, sono da individuare nella classe politica e nei tagli indiscriminati di personale e strutture degli ultimi anni».