Immigrati, il fallimento dei Cas. Ma c'è l'alternativa...

I centri di accoglienza vero anello debole nella gestione dei migranti. Eppure gli Sprar...

Il Sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati è gestito dai comuni e non dai privati. E prevede un numero massimo di presenze. Lì l'integrazione non è una chimera. Ma è un sistema che evidentemente non arricchisce i soliti furbi...

di Luciano Trapanese

L'operazione che ha portato all'arresto di cinque persone in provincia di Benevento per vicende legate ai migranti, rilancia l'antica e irrisolta questione dei centri di accoglienza straordinaria. I Cas sono uno degli anelli più deboli e controversi della instabile impalcatura messa in piedi in questi anni per gestire i flussi di immigrati.

L'inchiesta giudiziaria farà il suo corso. Non ci interessa, qui, entrare nel merito. Ma che i Cas siano la risposta sbagliata a una situazione che avrebbe dovuto e potuto essere affrontata con maggiore logica ci sembra evidente.

Quando si parla di «cooperative che fanno soldi sugli immigrati», il riferimento è sempre a questi centri. Tolte alcune mosche bianche, i Cas sono organizzati male, in edifici inadeguati, non garantiscono nessuna integrazione, contribuiscono ad alimentare il sentimento negativo rispetto agli stranieri (l'ormai famosa “pacchia”), e sono la rappresentazione evidente di un fallimento.

In questi anni tutti lo sapevano. Ma per ragioni di comodo ne è stato facilitato il proliferare. E per un motivo evidente: hanno semplificato il lavoro del governo e delle prefetture (e riempito molte tasche). I Cas hanno tappato le falle di un sistema. Ma con tre colpe specifiche gravi: hanno aggravato il problema, ignorato qualsiasi realistico programma di integrazione e impedito la crescita (che è stata segnalata solo negli ultimi mesi), dell'altra risposta possibile per un'accoglienza dignitosa e a vantaggio non solo di chi arriva, ma anche di chi ospita: gli Sprar.

Ne abbiamo parlato spesso su questo sito, e qualcuno potrebbe dire: qual è la differenza? Gli Sprar (Sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati), non prevedono la partecipazione di privati o coop, ma sono gestiti direttamente dai comuni e dai sindaci. Nessuna speculazione, dunque. E non solo: c'è anche un limite alla presenza di ospiti in questi centri, 2,5 ogni mille abitanti. Il calcolo è facile, in un paese di cinquemila abitanti saranno presenti 12,5 stranieri. E non è tutto, nei comuni dove si trovano gli Sprar (interessante questo post di Angelo Moretti) non c'è spazio per i centri di accoglienza (Cas).

C'è qualche esempio. A Marzano di Nola lo scorso anno sono state alzate le barricate – ma davvero - contro l'apertura di un centro di accoglienza. Qualcuno si era anche detto «pronto a tutto» per impedire l'arrivo «dei neri». Poi il sindaco si è informato sugli Sprar. Ha aderito alla rete dei piccoli comuni promosso dalla Caritas di Benevento. E ora il primo cittadino gestisce una piccola comunità di rifugiati ben integrata con la popolazione.

Si chiama buon senso. Ma nella questione immigrati il buon senso spesso manca. Qualche numero: nei Cas sono ospitate 130mila persone. Negli Sprar solo 30mila. E su 8mila comuni che potrebbero aderire solo 1200 si sono dichiarati «accoglienti».

Il punto oggi sembra solo quello di bloccare gli sbarchi. E' naturalmente un aspetto diverso e sul quale serve una coesione europea. Ma resta aperto un altro fronte, quello di chi è già arrivato in Italia (Salvini ha già dichiarato che non si possono rimpatriare 500mila persone). E non è più possibile eludere la domanda: come integrarli? Una parte del nostro futuro si gioca anche su questo. Alimentare paure non porta lontano. E per chi desidera abbiamo un consiglio: andate a Petruro Irpino per scoprire che l'integrazione è possibile e conviene a tutti, soprattutto nei piccoli comuni (lì è stato riaperto l'asilo, scongiurata la chiusura delle scuole elementari, molti giovani del paese lavorano nel centro – gestito dal comune – e sono partite coop miste per coltivare uva e produrre vino).

Per chi è cattolico anche il papa si è espresso in maniera chiara: «Accogliere tanti quanti se ne può integrare». Il che significa: organizzare una reale rete di accoglienza e integrazione e fissare un tetto al numero di rifugiati. Non proprio porte aperte a tutti e per sempre. Niente invasione, con buona pace degli adepti di Kalergi (che sono tanti).