di Luciano Trapanese
La legalizzazione della cannabis in Italia sembrava quasi vicina. O almeno all'orizzonte si intravedevano segnali di apertura verso una maggiore tolleranza. In pochi mesi lo scenario si è ribaltato. Completamente. Prima la decisione del Consiglio superiore della Sanità, che ha chiesto di bloccare la vendita della cannabis light (quella a basso contenuto di thc), perché «non può esserne esclusa la pericolosità». Poi, quello che potrebbe rappresentare il colpo definitivo, ovvero il possibile ritorno alla tolleranza zero imposta dalla Fini-Giovanardi: l'assegnazione della delega per la lotta alla droga al ministro della famiglia, Lorenzo Fontana. Delega non ancora assegnata, ma che ha già spinto il ministro leghista a mettere in chiaro la sua posizione: tolleranza zero (appunto). E senza nessuna distinzione. Proprio come qualche anno fa: eroina e cocaina equiparate alla canapa indiana. Un ritorno al passato in palese contrasto con l'orientamento che si sta imponendo in buona parte dell'Occidente: legalizzazione in Canada, in molti stati Usa, tolleranza in tanti paesi europei. E una rilettura sugli effetti della sostanza, ritenuta dalla comunità scientifica una base importante per la produzione di farmaci efficaci e con poche controindicazioni (come antidolorifici sono infinitamente meno pericolosi dei famigerati oppioidi, e vengono prescritti anche per l'epilessia, l'artrite reumatoide, i disturbi alimentari e altro...).
L'eventuale cambio di linea ignora anche le indicazioni della commissione antimafia, favorevole alla legalizzazione per eliminare introiti miliardari alla criminalità organizzata (e consentire a migliaia di investigatori di occuparsi di questioni più rilevanti per la sicurezza). Di magistrati, esperti. Di chi intravede nella canapa indiana free anche un possibile business per lo Stato, con introiti che si potrebbero aggirare intorno agli otto miliardi (da reinvestire nel reddito di cittadinanza?). Oltretutto studi portati a termine nei Paesi che hanno scelto di legalizzare anche la canapa a scopo ricreativo (in Italia era stata sdoganata solo per uso medico), hanno confermato che con la vendita libera non c'è stato alcun aumento del consumo. Soprattutto tra i più giovani.
Se si considera inoltre che in Italia i fumatori di erba – in modo più o meno continuo – sono circa sei milioni, è difficile ritenere che l'unica risposta possibile possa essere quella repressiva. Anche perché questa politica ha già fallito e per oltre trent'anni.
Insomma, siamo tornati alla demonizzazione della canapa indiana. In fondo lo conferma anche la presa di posizione del Consiglio superiore della sanità (in uno studio, a dire il vero, commissionato dall'ex ministra Lorenzin, fieramente contraria alla legalizzazione). Dire che la vendita della light (che non ha effetti stupefacenti), deve essere bloccata perché «non si può escludere la pericolosità», è come minimo ambiguo. Uno studio vero avrebbe dovuto affermare «fa male» o l'esatto contrario. Altrimenti è inevitabile chiedersi perché si continuino a vendere le sigarette, che fanno sicuramente male. O superalcolici, che provocano dipendenza, danni irreparabili al fegato e rappresentano una delle cause più frequenti per gli incidenti stradali, spesso mortali.
Non facciamo parte del coro dei santificatori della canapa. In campo medico è molto utile. Fumarla non crediamo faccia altrettanto bene. Ma di certo non fa più male di sigarette e alcol (solo per citarne due...). E su sigarette, alcol e gioco d'azzardo il monopolio di Stato non si fa nessuna remora. Incassa e basta.
Sulla eventuale legalizzazione della sostanza sarebbe necessario un dibattito aperto, senza ideologismi, senza calcoli elettorali, senza la solita propaganda (chiediamo troppo, è vero...). Ma se si affida la questione a un ministro senza nessuna competenza (per sua ammissione) e con l'aggravante del pregiudizio (già espresso), non si farà mai chiarezza. E, come con la Fini Giovanardi, si rischia di mandare nuovamente in carcere ragazzini beccati con pochi grammi di erba. L'unico concreto risultato della tolleranza zero.
