«Io, ricercatrice negli Usa. Troverò una cura per l'Alzheimer»

Rachele Di Donato, la ricerca negli States e quel sogno coltivato con passione e tenacia

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La dottoressa: la ricerca è l'unica strada da percorrere. Così potremmo trovare una cura per tante malattie. In Italia troppo poche le risorse. Così la gente si ammala e non ha speranza

Monteforte Irpino.  

Un visto per gli Stati Uniti e quelle grandi valigie, che ha imbarcato nelle stive degli aerei che l’hanno portata da Roma a New York e da New York a St. Louis, fino alla Washington University.  Un volo oltreoceano e quel sogno grande: trovare una cura per l’Alzheimer. Storie di ricerca e coraggio, speranza e alta specialità. Lei è una ricercatrice irpina che vola in America per una importante ricerca.

Sì perchè la sfida di Rachele è quella di tantissimi ricercatori alle prese con un obiettivi difficili da raggiungere e mezzi sempre troppo spesso lesinati pr riuscirlo a fare. Malattia di Krabbe, sindrome di Stargardt, distrofia muscolare, Sclerosi multipla, oltre che emofilia, amaurosi congenita di Leber e sindrome di Crigler-Najjar. Queste sono solo alcuni dei nomi quasi impronunciabili, contro cui ogni giorno gli scienziati tentato di vincere una guerra. 

La protagonista di questa storia è Rachele Di Donato, classe ’92, figlia di una terra bella come l’Irpinia che sa sfornare eccellenze uniche e importanti. La giovane 26enne di Monteforte è arrivata da due settimane in America, e con il garbo che la connota ha trovato il tempo di rispondere, comunque, via messanger alle nostre domande. E’ partita dall’Italia per vivere un’esperienza da ricercatrice per un anno in una delle più apprezzate università a stelle e strisce.

La ragione principale, dice, è che "le vittime della malattia si nascondono" e che proprio queste malattie risultano le più difficili da combattere sia per la necessità di reperire fondi, quando perché colpisce, nella stragrande maggioranza dei casi, persone anziane. «La demenza colpisce soprattutto le persone anziane ed è spesso considerata un aspetto  normale dell'invecchiamento; inoltre, c'è un stigma legato alla condizione, e la famiglia che si prende cura del paziente spesso è oberata dal lavoro ed esausta. Pochi sono abbastanza motivati per parlarne. Tuttavia, negli ultimi cinque anni la consapevolezza sociale e politica è aumentata. E la ricerca - spiega -potrebbe riservare vittorie inaspettate».

L'impatto può essere visto negli investimenti governativi. La Francia si è mossa per prima, creando nel 2008 di un piano nazionale per l'Alzheimer, che stanziava 200 milioni di euro in cinque anni per la ricerca. Nel 2009, è stato creato il Centro tedesco per le malattie neurodegenerative, con sede a Bonn, dotato di un budget annuale di 66 milioni di euro. E nel Regno Unito la spesa per la ricerca sulla demenza è più che raddoppiata tra il 2010 e il 2015, arrivando a 66 milioni di sterline. Queste sono alcune cifre per restituire un quadro di insieme della storia della programmazione degli investimenti negli altri paesi.

«Ma questa è una sfida globale - spiega la dottoressa -, e nessun paese sarà in grado di risolvere il problema da solo”. E sono stati gli Stati Uniti a finanziare maggiormente di gran lunga la ricerca. E proprio negli Usa è arrivata la dottoressa Di Donato per poter collaborare ad un importante progetto di studi. Rachele con sé ha portato i sogni, le speranze, le ambizioni e quel bagaglio culturale che deriva da anni di studio e che oltre oceano, proprio come ci racconta, viene valorizzato, apprezzato e incentivato molto di più rispetto a quanto succede nel Bel Paese. Rachele ha prima conseguito la laurea triennale in Biotecnologia, presso l’Università di Benevento. Poi la Magistrale alla Biogem di Ariano Irpino ed ha discusso la tesi scritta in Portogallo nella città di Coimbra. 

«Il mio campo è quello del sistema immunitario, specializzata nel campo delle malattie neurodegenerative. Voglio trovare una cura per le persone malate di alzheimer».

Dottoressa, cosa ha fatto fino a prima di partire per l’America?

Da aprile ero impegnata in un tirocinio presso il CNR di Pozzuoli, nel laboratorio dell’avellinese dottor Angelo Fontana. Una ricerca portata avanti in sinergia e collaborazione con la Washington University e nel mese di settembre mi è arrivata la proposta.

Cosa ha pensato?

In un primo momento ero scettica. Pensare di volare lontano, dalla mia casa, famiglia, amici e affetti mi ha destabilizzato. E non poco. Poi ho subito pensato che era un’occasione preziosa e unica.

In che senso?

Non nego che in Italia avevo presentato altre domande per la ricerca. Ho sempre avuto porte chiuse in faccia. Poche risorse, pochi posti. Poco di tutto. Solo altre nazioni e paesi puntano sulla ricerca, non vivono questo aspetto come un peso.

E poi?

Quando si è presentata l’opportunità di vivere l’esperienza di 12 mesi in un centro all’avanguardia per ricerche di immunologia, non me la sono fatta sfuggire. Ho sorriso, guardato al mio futuro e ho detto sì

Ora è in America. Sensazioni?

E’ tutto grandissimo. Spazi, strade. Ho provato una sensazione stranissima. Ma funziona tutto dai servizi agli uffici. Ci ho messo pochi giorni per capire tutto e ambientarmi, risolvere la “burocrazia” necessaria per certificare il mio arrivo e il mio nuovo inizio.

Quali sono le differenze con l’Italia?

Credo che qui tutto sia più semplice. Basta rispettare alcune regole e procedure per ambientarsi e dare il meglio di se stessi. In ogni ruolo sociale e lavorativo si punta alla produttività. In Italia, secondo il mio parere, ogni cosa diventa difficile, farraginosa, lenta. I pubblici uffici sembrano esercitarsi fin troppo in vuoti esercizi di stile, creando, nei fatti, disagi ai cittadini. Carte, procedure, via libera. Poca chiarezza e tanti, troppi passaggi. Il risultato? Lentezza e illeciti.

Ora dove sta lavorando?

Nel laboratorio di un professore di Parma, si chiama Marco Colonna. Siamo già al lavoro. Una esperienza unica. Mi sto confrontando con tecniche e percorsi molto diversi e mi auguro che portino i frutti sperati.

Come l’hanno presa a casa?

I miei genitori sono stati i primi ad invogliarmi a vivere questa esperienza e di farlo con il massimo dell’impegno. 

Perché ha deciso di affrontare questo tipo di percorso e ricerca?

Lo faccio per un componente della mia famiglia a cui voglio molto bene e che, purtroppo, soffre del male per cui si cerca la cura. Mio zio. Se riuscissimo, noi ricercatori, a vincere questa malattia credo che sarei la persona più felice del mondo. Non chiedo altro.

Quali sono le differenze tra America e Italia, nel suo percorso?

In Italia non c’è meritocrazia e spesso anni di studio vengono mortificati da logiche che davvero faccio fatica a comprendere. In America non funziona così. Se sei brava e hai qualcosa da offrire in un campo, nel tuo campo, non ti lasciano andare anzi. In Italia, non si guarda a questo. E’ cosa nota che in tanti comparti settori, studi, percorsi ad andare avanti siano forse le persone meno indicate, ma perché magari figlie di, nipoti di… I risultati, se ci riflettiamo, sono sotto gli occhini tutti. Viviamo in un Paese in cui ci sono tanti incompetenti in ruoli molto delicati.

Perché le piace il suo lavoro?

Perché è il ponte nobile tra la cura e le persone. La ricerca è quel ponte prezioso tra i nomi complicati di malattie e farmaci, esperimenti e statistiche e le speranze di chi soffre, malati e famiglie dei malati. La ricerca è quel soldato coraggioso che va in guerra per vincere e assicurare la pace, la salvezza al suo paese.

In America come funziona la ricerca?

So solo che i soldi stanziati sono molti di più rispetto all’Italia. So che c’è una burocrazia diametralmente opposta che accelera i tempi e favorisce il raggiungimento di risultati. Le nostre università ci formano molto bene. Libri, libri, libri: è la pratica che ci manca. I famosi laboratori sono palestre indispensabili dove la ricerca prova e cerca. Insomma, l’Italia deve investire sulle ricerche altrimenti non si troveranno mai cure.

In bocca al lupo dottoressa…