In queste ore di grande emergenza, dove centinaia di famiglie in Valle Caudina e a Forino, così come in Costiera Amalfitana saranno costrette a farsi Natale fuori casa perché le loro abitazioni sono a rischio, vale la pena ricordare che viviamo in un territorio fragile, soggetto a grave dissesto idrogeologico.
E allora diamo un'occhiata all' Iffi, è l’Inventario dei fenomeni franosi in Italia. Dice che in Campania ce ne sono 21.737, che coprono una superficie di 912,298 chilometri quadrati, praticamente è come se stessero venendo giù tutti insieme 130 campi di calcio.
L’ultimo rapporto dell’Ispra, l’Istituto per la protezione dell’ambiente che gestisce questa banca dati, sottolinea come un terzo delle frane sia a «cinematismo rapido». Scende giù rapidamente, cioè, «con gravi conseguenze in termini di vite umane».
Dal rapporto si legge che in Campania ci sono 342 comuni interessati da frana elevata e molto elevata e da pericolosità idraulica media, il 62,2% dei comuni campani.
Quante persone vivono in queste aree? Sempre il rapporto Ispra ci dice che ben 302.783 abitanti sono a rischio elevato (P3) e molto elevato (P4 e Pai).
Ora, andando a leggere tra le pagine e i dati scopriamo che è la provincia di Avellino quella soggetta a maggior rischio idrogeologico con il 10,8% della popolazione che vive in aree ad alta pericolosità, di cui 34.079 in territori definiti a pericolosità molto elevata.
Ma secondo gli esperti dell’Ispra la tabella da guardare è un’altra. Mette insieme due rischi che spesso vanno in parallelo. Non solo il pericolo frana, nelle categorie elevato o molto elevato. Ma anche la pericolosità idraulica, cioè da alluvione, nella categoria media. Viene fuori che sempre la provincia di Avellino batte il record dei comuni con aree a pericolosità da frana molto elevata. Infatti ben 43 comuni sono inseriti nel settore P3 e P4, 75 comuni presentano sia rischio franoso che idraulico.
Al secondo posto c'è la provincia di Benevento con il 9,8% della popolazione che vive in aree a rischio. A seguire la provincia di Salerno (8,7%) poi Caserta (3,6%) e infine Napoli (3,3%).
Dagli elaborati dell'istituto per la protezione dell'ambiente sappiamo anche quanti sono gli edifici a rischio alluvioni in aree a pericolosità idraulica media P2: in tutto 55.428 case costruite in zone ad alto rischio.
Di queste la maggior parte (11,5%) sono in provincia di Salerno. Ad Avellino il 5,8% degli edifici è ritenuto a rischio, segue Napoli con il 5,6% degli edifici, Caserta 4,6% e Benevento 1,7% di edifici a rischio.
Quando arriva una colata di fango non sono solo le persone e le abitazioni a subire il danno, ma anche le imprese. Si calcola che in Campania ci siano 15.468 unità locali di imprese costruite in aree ad alto rischio alluvione.
Fin qui i dati, ma questa è solo la fotografia di quello che è già successo . Più preoccupante è la previsione di quello che potrebbe accadere. Specie se incrociata con la mappa delle infrastrutture che attraversano il nostro territorio, con strade, ponti, ferrovie, viadotti.
Il dissesto, però, non è fatto solo di numeri. Una frana che coinvolge una strada diventa sempre una formidabile occasione di rimpallo delle responsabilità. Pagare i danni e fare i lavori tocca a chi gestisce la strada o chi è proprietario del terreno? Poco importa. Dal dopoguerra a oggi per riparare i danni delle frane abbiamo speso più di 60 miliardi di euro. Non proprio spiccioli. L'ultimo piano “Proteggi Italia” del Governo Conte ha stanziato 11 miliardi di euro per il triennio 2019-2021.
Di contro, la pubblicazione da parte della Corte dei Conti del report dimostra che negli anni 2016-2018 è stato utilizzato solo il 19.9% dei 100mln di euro del Fondo progettazione contro il dissesto (indagine sul Fondo progettazione contro il dissesto 2016-2018 pubblicata il 31 ottobre 2019).
Il report evidenzia inoltre l’inadeguatezza delle procedure e la debolezza delle strutture attuative, l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi, la necessità di revisione dei progetti approvati e delle procedure di gara ancora non espletate, la difficoltà delle amministrazioni locali di incardinare le azioni di tutela e prevenzione nelle funzioni ordinarie e il conseguente ricorso ripetuto alle gestioni commissariali. Insomma quando si parla di pianificazione e prevenzione del rischio si entra nella giungla amministrativa più nera e alla fine, viste le enormi difficoltà che abbiamo a gestire il problema, meglio arrivare dopo e mettere la la proverbiale “pezza a colore”.
Nei prossimi giorni vi diranno che è colpa del cambiamento climatico, che non si poteva prevedere una tale quantità di acqua precipitata al suolo in sole 48 ore, sarà bollato come evento anomalo, si dichia lo STATO DI CALAMITA' NATURALE e si andrà avanti con stanziamenti straordinari di decine di milioni di euro per risarcire, mettere in sicurezza, ripristinare i luoghi, come è giusto che sia.
In un anno si dichiarano almeno una decina di calamità naturali. In altri termini, un evento naturale normale, che in sé non ha niente di calamitoso può indurre conseguenze calamitose proprio perché l'uomo ha creato le premesse perché ciò accada. Se non fosse così tragico, sarebbe quasi comico.
