Nel prossimo consiglio comunale almeno uno dei punti all’ordine del giorno non dovrebbe incontrare ostacoli o suscitare polemiche. Si tratta della surroga di Arturo Iannaccone, nominato assessore alle Attività Produttive e ai Fondi Europei nell’ultimo tsunami che ha travolto la giunta di Palazzo di Città. Al suo posto, infatti, è previsto l’ingresso di Francesco Saverio D’Argenio, primo dei non eletti nella lista di Autonomia Sud, “capace”, alle elezioni amministrative del 2013, di portare in assise il solo Iannaccone.
138 i voti conquistati dal capolista, 87 dal giovane destinato ad entrare in assise da lunedì, 620 quelli ottenuti dall’intera compagine che sosteneva la candidatura a sindaco di Paolo Foti.
Rispolverate alcune delle preferenze allo scrutinio che ha portato alla guida del Comune di Avellino e a governare la città l’attuale maggioranza, svolgiamo una semplice analisi utilizzando gli stessi numeri. Unico elemento che in politica non può essere confutato. Il neo consigliere D’Argenio, non ce ne voglia, siederà nell’assemblea cittadina pur avendo ottenuto solo 87 voti. Mentre quattro tra gli ex assessori epurati dal sindaco senza troppe spiegazioni, in due fasi diverse, erano stati eletti, e quindi erano consiglieri voluti dal popolo, con almeno oltre tre volte il consenso registrato dal candidato di Autonomia Sud. In ordine crescente: Caterina Barra 286 voti, Marietta Giordano 384, Guido D’Avanzo 395 e Stefano La Verde 583.
Dunque, da novembre dello scorso anno alla fine di luglio 2015 Foti ha lasciato fuori dal consiglio quattro candidati tra i più votati dagli avellinesi e che avevano contribuito in maniera determinante alla sua elezione. Forse perché non avevano interpretato come lui voleva la delega affidata. Forse perché non hanno condiviso certe logiche. La riflessione su numeri, scelte e mandato elettorale scavalcato in maniera autarchica la lasciamo ai cittadini…
Alessandro Calabrese
