L’estate non è fatta solo di partenze, esodi e controesodi. E’ anche il momento di tornare a casa per chi vive e lavora nel resto d’Europa. E’ il tempo in cui la nostalgia si stempera e si torna per un po’ a prendersi un pezzetto delle proprie radici. Aldilà delle fredde statistiche che ci restituiscono forti banalità ad uso (ed abuso) dei media e della politica, molti sono i giovani a ridosso dei trent’anni che dopo il classico scambio Erasmus, hanno fatto i conti in tasca e pure la valigia. L’esercito dei giovani emigranti irpini è silenzioso, eppure pesa in questa terra che non sa ascoltarli. Federica(30 anni), avellinese, vive e lavora in Catalogna da 5 anni . Si occupa di progetti socio educativi per bambini autistici: «sono partita con una borsa Leonardo subito dopo la aurea e a parte brevi pause per la ripresa dei progetti non sono più tornata in Italia. L’Erasmus mi ha dato la possibilità di riflettere su cosa avrei voluto fare dopo gli studi universitari. Qui mi sento finalmente utile, realizzata. Che sembra semplice a dirsi: in Italia se non sei figlio di qualcuno è davvero difficile trovare lavoro. A meno che non ti adegui a lavorare, non dico gratuitamente, ma quasi. Ero stufa di passare da un lavoro all’altro senza vedere mai il futuro. Già perché il futuro sembra quasi una parolaccia nel nostro paese. Qui è differente. Non dico non ci siano difficoltà, ma è un paese che crede nei giovani, puoi farti una famiglia».
E La nostalgia di casa, del cosiddetto Belpaese? «La nostalgia si evita, ma c’è. Soprattutto i primi tempi, poi la vita quotidiana ti impone naturalmente un adeguamento ai suoi ritmi. Allora ti rimane un po’ di dolce sensucht come si dice qui». A parlare è Nicola, giovane ricercatore di Atripalda che da tre anni è impegnato in un importante progetto europeo alla Freie Universität di Berlino. Trentacinque anni, dopo il dottorato a Napoli in sociologia e l’abbandono dei suoi mentori universitari, ha passato due anni a inviare progetti e a partecipare a concorsi. «In Italia è tutto blindato, soprattutto nel mondo accademico. I concorsi per gli assegni di ricerca, ad esempio, sono una grande falsità. Ho lavorato molto a costruirmi una rete di conoscenze all’estero, partecipando alle conferenze. Poi ho pensato di tentare da solo, mi sono buttato e ce l’ho fatta. Non sei mai a casa tua, ovvio, ma ti stimano per il lavoro che fai. Mi sento, finalmente, parte di una comunità, che è un sentimento poco provato in Italia. ».
Poi c’è chi la nostalgia la stempera condividendo la nazionalità e la provenienza geografica. Ilaria, 32 anni di Avellino. Dopo un lavoro alla Nike di Milano si è trasferita nella vicina Lugano, dove lavora in un punto vendita del famoso Migros.
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Marina Brancato
