Airoma e "due parole" alla Camera Penale perché rifletta su giovani e futuro

Il discorso del procuratore e la sua urgenza di un addio ragionato a fondo compreso solo a metà

airoma e due parole alla camera penale perche rifletta su giovani e futuro

Gratteri docet: difendere la terzietà della giurisdizione non significa pretendere che i magistrati diventino figure neutre, afone, disincarnate

Avellino.  

C’è un momento in cui il formalismo smette di essere una virtù e diventa un alibi. Ed è esattamente lì che si colloca il saluto del procuratore Domenico Airoma alla città di Avellino. Chi ha voluto leggerlo come uno sconfinamento politico ha colto il bersaglio sbagliato.
Perché quel discorso non era un programma, né un’indicazione di voto, né tantomeno un’ingerenza. Era un atto di responsabilità. Un messaggio lanciato non alla politica, ma prima della politica. E soprattutto, ai giovani.
È questo il punto che nel documento della Camera Penale Irpina sfugge – o viene deliberatamente aggirato.
L’appello di Airoma non nasceva dall’urgenza di orientare una città alle elezioni, ma dalla consapevolezza che il tempo della formazione civica non coincide con il calendario elettorale. Quando si parla di giovani, rinviare significa perdere. Sempre. Chi conosce davvero Avellino lo sa: il futuro non è una variabile astratta. È una risorsa che se ne va.
Se ne va in silenzio, ogni anno, con ragazzi preparati che studiano qui e costruiscono altrove. In questo contesto, il richiamo a una pubblica amministrazione libera da scorciatoie, da ambiguità, da “buste sotto banco” – al netto di ogni prudenza giudiziaria – non è un atto accusatorio. È un segnale educativo. Un messaggio chiaro: questa città può pretendere di più da sé stessa.
Ridurre tutto a una questione di separazione dei poteri significa non vedere la sostanza.
La magistratura non ha il compito di indirizzare politicamente la società, è vero. Ma ha il dovere – civile prima ancora che istituzionale – di parlare quando il silenzio diventa complicità culturale. E rivolgersi ai giovani, oggi, non è una scelta opzionale. È un’urgenza.
C’è poi un equivoco più profondo.
Difendere la terzietà della giurisdizione non significa pretendere che i magistrati diventino figure neutre, afone, disincarnate: Gratteri docet. Significa garantire che le decisioni siano imparziali. Non che le parole siano sterili. Airoma non ha chiesto consenso. Ha chiesto coscienza. Non ha indicato soluzioni. Ha posto una domanda scomoda: che tipo di città vogliamo consegnare a chi viene dopo?
Ed è qui che il discorso si fa serio.
Perché se ogni richiamo etico viene letto come un’indebita pressione politica, allora il vero rischio non è l’invasione di campo. È il vuoto. Un vuoto in cui i giovani crescono senza riferimenti, senza una voce autorevole che dica: la legalità non è un dettaglio, è il prerequisito del futuro.
Questa non è una polemica contro l’avvocatura.
È una presa di posizione a favore del domani. A favore di chi non siede nelle aule solenni, non firma documenti, non partecipa ai rituali del potere, ma pagherà le conseguenze di ogni silenzio odierno. Avellino non ha bisogno di parole tiepide.
Ha bisogno di adulti che sappiano dire cose difficili, nel momento giusto, alle persone giuste. E se quel momento è adesso, e quelle persone sono i giovani, allora non solo era legittimo parlare. Era necessario. Il futuro di una città non si difende tacendo. Si difende assumendosi il rischio di dire la verità, anche quando mette a disagio.