Avellino, la città dove il treno arriverà "tra poco" da dieci anni

Avellino oggi non è una stazione chiusa. È una stazione senza niente attorno.

avellino la citta dove il treno arrivera tra poco da dieci anni

La storia ufficiale parte nel 2016, quando nei documenti del Patto per la Campania compare l’intervento strategico: 230 milioni di euro per elettrificare e modernizzare l’asse ferroviario Salerno – Mercato San Severino – Avellino – Benevento

Avellino.  

C’è una frase che ad Avellino circola con la stessa regolarità delle stagioni: “Il treno tornerà presto”.  La si sente da anni. Ogni volta con una data diversa. Prima era il 2021. Poi il 2023. Poi il 2025. Adesso, se si leggono davvero i documenti ufficiali — non le conferenze stampa — si scopre una cosa interessante: alcune parti della linea potrebbero vedere la luce oltre il 2029. Non lo dice un blog polemico. Lo scrive RFI nella programmazione infrastrutturale della Campania: il completamento della tratta Prata Pratola–Benevento è indicato “oltre il 2029”, subordinato al pieno finanziamento. E qui già si capisce la prima verità che raramente viene detta ad alta voce. Avellino oggi non è una stazione chiusa. È una stazione senza rete attorno. I milioni ci sono. I treni no. La storia ufficiale parte nel 2016, quando nei documenti del Patto per la Campania compare l’intervento strategico: 230 milioni di euro per elettrificare e modernizzare l’asse ferroviario Salerno – Mercato San Severino – Avellino – Benevento.

Un progetto sensato. Anche necessario.

Perché quell’asse dovrebbe chiudere l’anello ferroviario regionale: Napoli – Caserta – Benevento – Avellino – Salerno. Il problema non è il progetto. Il problema è come lo si realizza. Nel tempo i numeri cambiano perimetro. Nei comunicati RFI si parla di 174 milioni finanziati tra FSC e fondi europei. Nei monitoraggi pubblici di OpenCoesione compare un intervento da 127 milioni, con pagamenti effettivi che nel 2025 arrivano a poco più del 40%. Non è necessariamente un errore. Sono probabilmente stralci diversi dello stesso programma. Ma dal punto di vista del territorio il risultato è uno solo: una promessa grande e una realizzazione frammentata. E mentre i numeri cambiano, la stazione resta ferma.

Il capolavoro della cantierizzazione infinita

La vera decisione che ha “spento” la ferrovia non è stata una delibera politica. È stata una scelta tecnica. Fare tutto insieme. E farlo chiudendo la linea. Le carte di Trenitalia lo dicono senza giri di parole: nelle Carte dei Servizi 2023 e 2024 la tratta Mercato San Severino – Avellino – Benevento risulta formalmente interrotta per lavori di elettrificazione, con sostituzione autobus. Non rallentata. Non ridotta. Interrotta. La strategia è stata semplice: cantierizzare le tratte, lavorare sull’elettrificazione e riaprire quando tutto sarà pronto. In teoria funziona. Nella pratica significa che se anche un solo segmento resta bloccato, tutta la linea rimane inutilizzabile. E infatti è successo esattamente questo. 

Il viadotto che ferma una provincia

Nel febbraio 2026 il Ministero delle Infrastrutture, in una relazione al Senato, ha indicato una delle cause più concrete dei ritardi: la chiusura di un viadotto al km 13+029 sulla tratta Avellino–Prata Pratola, che impedisce perfino il transito dei mezzi d’opera nei cantieri. Non è una metafora. È un viadotto vero. Con un fascicolo vero. E con tempi che dipendono anche da determinazioni della magistratura. Questo significa una cosa molto semplice: non solo i treni non possono passare. A volte non possono passare nemmeno i mezzi che dovrebbero sistemare la linea. Ecco perché i cronoprogrammi slittano. Non perché qualcuno non sappia fare il proprio lavoro. Ma perché quando un’infrastruttura entra in questo tipo di limbo tecnico-giuridico, i calendari diventano ipotesi.

“Perché non usate i diesel?”

È la domanda più frequente. Ed è anche la più intuitiva. Se i treni elettrici non possono circolare, perché non usare quelli diesel come una volta? La risposta, purtroppo, non è romantica. Quando una linea è formalmente interrotta per lavori, non è una questione di motore. È una questione di sicurezza e cantieri. In più, negli anni la linea è stata interessata da aggiornamenti tecnologici (sistemi di sicurezza, apparati di stazione, autorizzazioni ANSFISA) che devono essere completati prima di riaprire l’esercizio. Insomma: non è che i diesel non si vogliono usare. È che spesso non si può circolare proprio.

E nel frattempo c’è la vita reale

Mentre i documenti parlano di lotti, CUP, FSC e cronoprogrammi, fuori succede una cosa molto più concreta. Gli studenti continuano a muoversi. Verso l’Università di Salerno, verso Fisciano, verso Benevento. Ogni giorno. Il progetto per collegare meglio il campus di Fisciano alla ferrovia esiste davvero: 51 milioni di euro, una nuova fermata, collegamenti meccanizzati verso il campus. Il progetto è stato finanziato nel Patto per la Campania, ha avuto una gara di progettazione nel 2019, un PFTE consegnato nel 2023 e integrazioni nel 2024. Ad oggi, secondo gli atti regionali più recenti, la progettazione è ancora in istruttoria, con previsione di completamento delle attività progettuali nel 2025. Tradotto dal linguaggio amministrativo: i cantieri non sono ancora partiti 

Il rischio più grande non è il ritardo

Il rischio vero è un altro. Ed è più sottile. Quando una linea ferroviaria resta chiusa troppo a lungo, succede qualcosa di prevedibile: le persone si abituano ad altro. Bus.
Auto. Autostrada. È il fenomeno che gli economisti dei trasporti chiamano migrazione modale. La domanda si sposta. E quando, anni dopo, il treno torna davvero, spesso scopre che i passeggeri hanno già imparato a vivere senza di lui.  Il problema non è il progetto.  L’elettrificazione della linea è una scelta giusta. Modernizzare l’asse ferroviario tra Salerno, Avellino e Benevento è una scelta strategica. Il problema non è l’idea. È il tempo. Perché quando una città capoluogo resta senza treni per anni, quando i cronoprogrammi cambiano continuamente, quando i finanziamenti esistono ma i segmenti restano incompleti, il rischio è che il progetto smetta di essere percepito come infrastruttura e diventi racconto. E le infrastrutture, purtroppo, non funzionano con i racconti. Funzionano con i treni. E ad Avellino — questa è la parte più difficile da spiegare ai ragazzi che ogni mattina partono per l’università — i treni esistono ancora. Solo che, per ora, esistono soprattutto nei documenti.