Chi ha letto “La caduta” di Friedrich Dürrenmatt, apparso la prima volta nel 1971, ed ha apprezzato il suo mirabile congegno narrativo, ricorderà che il potere si fonda sulla inamovibilità del sistema ma consente la dinamica e a volte violenta circolazione dei ruoli al suo interno attraverso un brutale gioco di alleanze e complicità, fondato su ipocrisie, sottintesi, perenne ambiguità, tradimenti.
I due schemi alfabetici che aprono e chiudono il racconto sono la rappresentazione radiografica della immutabilità delle istituzioni. Questo apologo sul potere senza eroi possiamo applicarlo, riducendo naturalmente tutto in scala, a tante realtà del Mezzogiorno contemporaneo.
Un caso di scuola, riflettendo sull’esito del recente voto amministrativo, appare profilarsi ad Avellino, città di poco più di cinquantamila abitanti, nel Ventennio mussoliniano riconosciuto laboratorio politico delle élites dell’antifascismo meridionale, dove da decenni, malgrado gli effetti tardivi della modernità incipiente e la scomparsa dei leaders tradizionali, un vero e proprio blocco sociale di tipo elettorale, basato su una primitiva ma efficace natura di controllo professionale e micro-clientelare, impedisce sia una sua radicale modernizzazione sia la formazione di una nuova classe dirigente, che secondo gli istituti di ricerca del paese costituisce l’unica via al progresso politico e morale del Sud.
Un sentimento gioioso e annebbiato si è diffuso tra le contrade e i quartieri cittadini quando le urne hanno certificato un risultato coniugabile con l’idea della trasformazione benché dissonante.
Il candidato del cosiddetto “campo largo” - una scomposta geografia di luoghi e non luoghi, ripiena di concorrenti interpreti di richieste tra loro non sempre in dialogo -, già segretario del PD provinciale e già candidato non vincente alla carica di sindaco nel remoto 2018, sostenuto da ben 6 liste, ha ottenuto la vittoria al primo turno con una percentuale pari al 54.4%: gli altri candidati hanno raccolto, da un bacino elettorale comune o non dissimile sul versante sociologico, rispettivamente il 25.38% e 20.14%.
I due sconfitti, entrambi ex sindaci, transfughi, nel tempo, del PD, divisi da beghe casalinghe e cumuli di impaziente immaturità politica, si erano esposti ad una volontaria quanto prevedibile sconfitta dividendosi malamente le spoglie di un civismo lazzarone e di un centro destra privo da tempo di una sua credibilità progettuale.
Addirittura uno dei due si presentava con liste che inevitabilmente generavano nell’elettore aperta diffidenza: Forza Avellino al posto di Forza Italia, mescolando in una disordinata macedonia, politica, calcio e città, e Fratelli di Avellino (sic!), nome questo alquanto kitsch e ridicolmente evocativo di inesistenti passioni risorgimentali, che provava a mascherare ma non tanto la presenza del più ingombrante Fratelli d’Italia, partito rivelatosi nel contesto locale un contenitore assai fragile sul piano elettorale e probabilmente affetto da una vaporosa riconoscibilità.
Ma veniamo alla tavola di Dürrenmatt e al perché il sistema di potere, costruito sul controllo costante della gestione della cosa pubblica, è rimasto invariato benché i capi del PD campano e irpino, De Luca family in testa, hanno emesso un editto degno di un apoftegma dell’antica Grecia: “Anni di buio amministrativo sono finiti”.
I sindaci del recente passato sono quindi gli unici responsabili, secondo questa teoria fantascientifica elaborata da deliranti sacerdoti del “Nuovo” e persino ripresa dall’estranea e impalpabile Schlein - sempre più montaliana “spersa pavoncella”, cito da “Ossi di seppia” -, hanno rovinato decenni di buon governo e si sono serviti nelle loro campagne elettorali - addirittura per la prima volta secondo la vulgata - di portatori di voti, di ras di quartiere, di rozzi cultori del più bieco familismo.
L’amministrazione comunale del capoluogo irpino, dal 2019 al 2025, in realtà, senza brusche interruzioni e in continuità con gli anni precedenti, può considerarsi il coerente derivato dalla combustione di un meccanismo antiquato quanto desiderato, espressione di metodi clientelari ricomponibili molecolarmente in ogni interstizio della pubblica amministrazione, degli enti di servizio e del mondo del lavoro.
Il consenso, alterato nella sua natura democratica, si allarga in corrispondenza delle diverse temperature della scala sociale e delle più magre dichiarazioni dei redditi. Studiamo con cura le preferenze dei grandi portatori di voti all’interno delle dinamiche dei quartieri popolari che confluiscono nelle sezioni più affollate, tradizionalmente allineate alle posizioni prestabilite e del tutto impermeabili al richiamo della partecipazione al già afono dibattito pubblico, ed avremo spiegazioni assai illuminanti sul meccanismo elettorale e sul suo implicito controllo.
Di sicuro interesse per chi nobilmente cita persino una frase di Mandela - che sia auspicio di una condotta autonoma e libera? - risultano gli spostamenti tellurici da uno schieramento all’altro di candidati, già assessori e consiglieri comunali del cosiddetto “tempo buio”.
Tra le liste a sostegno del candidato del centrosinistra, forse, se ne possono individuare vari e tra questi alcuni che, sommando tutti i voti di preferenza ottenuti in questa tornata, raggiungono circa i duemila voti. Un consenso cospicuo quindi che ha inevitabilmente contribuito a condizionare nell’insieme l’esito elettorale e a inchiodare questi personaggi alle ambite e mai abbandonate cariche. Questo genera il profilo di un paesaggio arido, un inferno pasoliniano senza fiamme e senza ribelli, prevedibile, che non lascia presagire svolte imminenti malgrado le fanfare verdiane agitate dagli immancabili coreuti di turno.
Nella composizione del nuovo esecutivo cittadino, un campo ampiamente arato e diviso tra i contraenti ancor prima del voto, di conseguenza si materializzano volti noti alle confuse e ordinarie cronache partitiche da almeno un quarto di secolo e ritroviamo anche chi solo un anno fa o poco più ricopriva lo stesso incarico in quella amministrazione che oggi si ritiene il male assoluto e viene dichiarata tecnicamente finita. È un argomento questo di estremo interesse politico e morale su cui la città o comunque la sana politica e le persone oneste devono interrogarsi. In questa rappresentazione fotografica della felicità raggiunta, l’immagine del Consiglio comunale si sperde nei suoi significati e viene rappresentato, in modo del tutto fuorviante, come un deposito anomalo delle illusioni perdute.
Il sindaco Di Nunno agli inizi del duemila commise non pochi errori nel valutare la realtà politico-sociale della città, ma ebbe coraggio e non esitò a cacciare assessori dalla sua compagine quando capì che non erano funzionali al suo “sogno” o inadeguati sul piano amministrativo.
I cambiamenti per essere riconoscibili devono partire dalla credibilità delle storie che ciascuno di noi si porta dietro - storie che non basta tentare di esaltare o sporcare a seconda delle convenienze servendosi di mendicanti di facebook o bravi di mestiere, che pure occorre smascherare -, e non dai voluminosi pacchi di voti agitati con sprezzo e volgarità sul corpo di una città senza volto, che non appare capace di uscire dalla “continuità” e di conseguenza dalle perverse logiche di una tavola di Dürrenmatt in sedicesimo: dichiaratamente in sedicesimo visto anche l’allure e le mancate inappetenze dei commensali. “La Caduta” si chiude con l’inizio di una nevicata, la nostra con l’inizio di un’estate assai torrida. Un goliardico ma poco raggiante gioco dei contrasti.
L'autore è professore ordinario di Letteratura Italiana dell'Università di Cassino e del Lazio Meridionale
