Un caffè nei bar della camorra

Il riciclaggio in Irpinia. Venticinque anni di agonia per l'economia sana

Avellino.  

 

L’aver appreso che alcuni bar avellinesi sono di proprietà del clan Contini di Napoli non ha sorpreso nessuno. O meglio, da anni si sospetta che diverse attività economiche (esercizi commerciali e non solo), siano state aperte in Irpinia al solo scopo di ripulire denaro sporco. La prima informativa dell’antimafia risale agli inizi del ‘90.

 

In quella nota si parlava di alcune finanziarie direttamente riconducibili all’allora potentissimo boss della Nuova famiglia, Carmine Alfieri. Finanziarie con sede legale e uffici nel capoluogo irpino. Da allora sono passati venticinque anni. E il riciclaggio dei clan non si è fermato. Un esempio? Non molti ricordano il nome della prima ditta di grande distribuzione che avrebbe dovuto aprire all’interno del nascente Mercatone: “La ripulita”. Un nome, un programma. All’epoca i clan erano così spudorati da permettersi anche certi giochi di parole. Il capitano della guardia di finanza, il compianto Costantino Melillo, non riusciva a crederci. «La ripulita», ripeteva nei corridoi della procura di Avellino, all’ingresso della sezione di piggi della fiamme gialle, il suo ufficio.

 

“La ripulita” non ha mai aperto. Mentre sono invece partite numerose attività sospette. Negozi senza clienti e senza merce, aperti e chiusi in un anno e per un anno disposti a pagare fitti altissimi. Quel riciclaggio ha avuto effetti devastanti sul commercio avellinese. Un mercato drogato e assurdo, che ha provocato la chiusura di tanti negozi storici del centro cittadino. La crisi ha poi fatto il resto. E i cantieri stanno completando l’opera. Ma questa è un’altra storia.

 

Il riciclaggio ha intaccato il tessuto della già fragile economia avellinese. Ha inciso - probabilmente - anche sulla marginalizzazione del capoluogo rispetto al resto della provincia. Negli anni scorsi abbiamo chiesto a esperti investigatori il motivo delle insufficienti indagini sui presunti casi di riciclaggio. Abbiamo apprezzato la sincerità della risposta, ma il contenuto ci ha disorientato: «Si tratta di inchieste difficili, manca la competenza e il tempo». Più facile acciuffare uno scippatore, evidentemente. Nell’immediato suscita anche un maggior allarme sociale. Come i furti e le rapine.

 

Ma gli effetti del riciclaggio sono devastanti. In silenzio hanno minato il futuro di questa terra. Ci chiediamo se si può ancora fare qualcosa. Se ora le indagini possono smascherare più in fretta e con precisione quelle attività imprenditoriali messe su all’unico scopo di ripulire denaro, o che funzionano grazie a soldi intascati illecitamente e che quindi alterano le regole del mercato. Se così fosse sarebbe imperdonabile non agire. Arrendersi ora, gettare la spugna perchè «quelle indagini sono troppo complesse», equivale ad arrendersi per sempre.

di Luciano Trapanese